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Con gli ammalati in preghiera

Cosa si predica durante gli esercizi spirituali per gli ammalati, se non proporre loro di attingere le più profonde ragioni di vita nella fede che li anima? Cosa chiederà mai Gesù ad una persona ammalata, che non ha quindi la possibilità di fare grandi cose? A tutti arriva la richiesta di Gesù di amare come lui ha amato, cioè di donare sé stessi in risposta al suo amore per noi. Come sarò discepolo di Gesù? Questa la domanda cui bisogna dare risposta.

Monsignor Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo, ha guidato a Re, in provincia di Verbano–Cusio– Ossola, presso la residenza per anziani «Casa cuore immacolato di Maria», da lunedì a giovedì scorso, gli esercizi spirituali dedicati agli ammalati. La Casa fu costruita in seguito alle richieste dei fratelli ammalati che frequentavano i corsi di esercizi spirituali organizzati da monsignor Luigi Novarese, di avere una casa loro, senza barriere architettoniche e adatta alle loro esigenze.

Suetta ha letto e meditato la I lettera di san Paolo a Timoteo. I temi toccati da Paolo, che dà suggerimenti al discepolo Timoteo su come comportarsi circa i problemi che si sollevano all’interno della comunità cristiana di Efeso, costituiscono un richiamo sempre attuale su come seguire Cristo dinnanzi alle sfide del nostro tempo. È il Signore che ha un disegno di salvezza per l’uomo e che lo interpella perché prenda parte alla realizzazione del suo progetto. Dio, che potrebbe fare tutto da solo, ha scelto invece di portare la salvezza al mondo chiamando altri uomini a fare la loro parte: è attraverso la loro risposta che si compiono le azioni di salvezza di Dio. Ma chi è l’uomo o la donna su cui Dio pone il suo sguardo? Non sono tanto le capacità personali o le doti particolari a contare, bensì l’avere «un cuore puro, una buona coscienza e una fede sincera» e ciò non è C sicuramente impedito ad una persona ammalata o disabile. Una persona che sia stata prescelta da Dio, non deve chiedersi chi sono io per fare ciò che Dio mi chiede, perché interrogandosi in tal modo, si scoprirebbe sempre incapace. La domanda corretta è «per chi sono io?», come ha fatto la Vergine santa, «per chi sono io in questo momento, per quale persona mi è chiesto di esserci?», la risposta giusta a Dio che chiama è «Eccomi», io ci sono.

Maria scopre come nulla sia impossibile a Dio. E risuona il complimento di Elisabetta che dirà di lei: «Beata te che hai creduto al compimento della Parola del Signore». Gli esercizi spirituali coinvolgono nel vivere la Parola e permettono di sperimentare quell’incontro con Dio che illumina nel profondo, che tocca il cuore e coinvolge tutta la persona: affetto, intelletto, sensi, tutto,dandoti l’esperienza di una pace interiore che diventa profezia per il mondo. Qui si basa l’invito a coltivare il desiderio di mettersi in gioco, accettando le sfide del mondo senza lasciarsi intimidire dalle difficoltà. Ma è proprio in quel «io ci sono» di Maria, che trova spiegazione il nome «Volontari della sofferenza». Quanti vogliono fare propria la decisione di Maria sono volontari, che proprio perché sofferenti, vogliono abbandonarsi e fare nella vita la volontà di Dio. Un atto di amore non può essere comandato, ma solo offerto con libertà personale.

È un atto di amore personale che diventa per un ammalato valorizzazione di ogni sofferenza, che diversamente rischia di essere un soffrire inutile che non serve a nessuno. Il vescovo conosce il movimento fondato del Beato Luigi Novarese nel 1947 che da allora si chiamò Centro volontari della sofferenza (Cvs) e che nella nostra diocesi è attivo da circa 45 anni. Il volontario della sofferenza vive la sua vocazione perché ha trovato il proprio posto nel mondo, avendolo capito ed interpretato all’interno del disegno misterioso di Dio, lasciandolo entrare nella propria vita. Monsignor Suetta ha guidato questa settimana di esercizi spirituali con una profondità teologica che è stata luce e grazia per i sessanta ammalati partecipanti, invitati a risvegliare l’amore nei loro cuori, un amore qualificato da un cuore puro, una buona coscienza e una fede sincera.

LUIGI GAROSIO

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