Convegno Fine Vita – il Resoconto

Venerdì pomeriggio, presso la Villa Santa Giovanna d’Arco, si è svolto il corso di formazione per il personale sanitario, aperto a tutti gli operatori, volontari e associazioni che si occupano di infermi, dal titolo “La vita fragile e il coraggio della cura”. Relatori del corso la professoressa Maria Grazia Marciano (Università Tor Vergata) per gli aspetti medici, l’avvocato Gianluca Gandalini per gli aspetti legali e don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Nazionale CEI di pastorale della salute, per gli aspetti etici. Mons.Vescovo ha presentato l’iniziativa prendendo spunto proprio dal titolo che in sintesi riassume l’intero corso.

L’avv. Gandalini ha proposto la lettura della nuova normativa in tema di biotestamento, la legge 219 del 2017 sulle disposizioni anticipate di trattamento (DAT). La normativa precedente prevedeva la tutela della vita come diritto indisponibile legato all’art. 2 della costituzione, mentre ora, si è formato un orientamento che privilegia la libertà individuale anche nelle scelte determinati della vita e quindi la decisione di usufruire o meno di trattamenti sanitari. La complessa materia, oggetto di legiferazione “grigia” lascia molteplici dubbi applicativi e apre la strada a interpretazioni discordanti. Segue una dettagliata esposizione degli aspetti giuridici relativi al consenso del paziente, all’informazione sanitaria, alla terapia del dolore, alla sedazione profonda. Emergono problematiche circa soggetto che ha titolo ad esprimere il consenso o il dissenso alle cure nei casi di minori, interdetti e inabili.

Altri aspetti tecnici, relativi alle competenze e responsabilità dei sanitari, vengono esposti per preparare i presenti a comprendere, alla luce e alle ombre delle disposizioni, gli interventi della professoressa Marciani. Ella si allaccia a quanto detto dal collega per approfondire i compiti riservati al medico, notando come la fragilità, di cui al titolo, presuppone già scelte dei sanitari nei confronti delle persone deboli, con il coraggio di prendersi globalmente cura del soggetto, e non solo dell’organo malato. A questo proposito cita una dichiarazione dell’Unesco secondo la quale gli individui devono essere tutelati e la dignità deve essere rispettata. Sussistono anche correnti filosofiche che sostengono l’esistenza di “non-persone” individuate in coloro che non sono in grado di relazionarsi (feti, infanti, ritardati gravi, malati in coma o con deterioramento cognitivo per malattie neurologiche o altro).

In quanto “non-persone” esse, non godono di diritti e possono essere eliminati. L’errore è valutare la persona per ciò che compie e non per la sostanza. È la “cultura dello scarto” dal quale spesso ci mette in guardia Papa Francesco. Concetto ripreso da Don Angelelli il quale rileva che il diritto si è inserito in una materia prettamente medica, ribadendo che l’art. 5 ha preteso di sancire la vita e la morte, che invece non possono essere normate perché ogni malato, stante la specificità della persona, è un caso a sé che esclude una regola universale. È concettualmente sbagliato legiferare su presupposti statistici. Non esiste patologia senza una persona e questa va inserita in un rapporto medico-paziente empatico.

Il soggetto deve essere sollevato dal dolore fisico sin dall’inizio della malattia, mentre oggi, il diritto alle cure palliative, peraltro obbligatorio, è riservate alla persona giunta alla fine della vita terrena o completamente disatteso. Distingue in dolore dalla sofferenza: sul primo si interviene con i farmaci, sull’altro in ambito relazionale, in quanto stato d’animo psicologico e spirituale. Il compito della Pastorale della Salute è precipuamente questo: occuparsi della sofferenza, trascurata in quanto non facente parte della cura. Umanizzare la cura, quindi, con l’accompagnamento del malato e suoi familiari onde garantire una morte degna. La morte è un processo naturale, e non è corretto stabilire quando la vita deve finire.

Questa va servita, con rispetto, accompagnandola fino al suo compimento.

Henricus Otten

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