don Alessandro e don Salvatore

OMELIA ORDINAZIONI PRESBITERALI
CHIESA CATTEDRALE VENTIMIGLIA
sabato 9 dicembre 2017

Carissimi,
la gioia di questa giornata trova profonda e autentica motivazione nella compassione con cui Gesù ha guardato le folle e la nostra vita.
Tale lieta consapevolezza è alla base della nostra meraviglia e della gratitudine con cui pensiamo al grande dono della fede, che ci ha fatto discepoli del Signore.
Penso che specialmente per voi, carissimi don Alessandro e don Salvatore, oggi ordinati presbiteri della Chiesa di Cristo, la coscienza umile e grata di essere stati scelti e chiamati dal cuore di Gesù senza particolare merito, riempia il vostro animo di commozione e vi sospinga ancora di più a consegnarvi a Dio per l’annuncio del Vangelo e il servizio della sua Chiesa.
L’evangelista Matteo ha motivato la compassione di Gesù per il fatto che le folle “erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”: è la condizione dell’uomo in ogni tempo e, lo tocchiamo con mano, anche, e specialmente – aggiungo – dell’uomo di oggi e della nostra società.

Su di voi si è posato misteriosamente lo sguardo del Signore dapprima chiamandovi alla straordinaria luce della fede e strappandovi dal non senso di una vita vuota e lontana dall’amore di Dio; e poi lo stesso sguardo di misericordia ha voluto che vi incamminaste verso il sacerdozio per fare della vostra esistenza un dono a Dio e ai fratelli nella buona testimonianza del suo amore. Penso e voglio ricordare con gratitudine e profonda stima la vostra appartenenza al Cammino, dono divino presente anche in questa Chiesa di Ventimiglia – San Remo.

Prima di tutto intercettiamo lo sguardo di Gesù. Egli, di fronte a quella gente povera e smarrita – è l’umanità – vede oltre e coglie una “messe abbondante”, per la quale ci sono “pochi operai”. Sguardo diverso dal nostro: spesso proviamo fastidio per la confusione e l’insistenza delle persone. Gesù intuisce i bisogni ed ha compassione; per noi è gente indiscreta ed invadente: egli invece vede una messe matura; noi viviamo gli insuccessi e le resistenze come una sconfitta: egli ci rassicura invece di “avere un popolo numeroso in questa città” (cfr. At 18, 10); noi pensiamo che siano tempo e risorse sprecate stare ad insistere con chi ci appare distratto: egli invece ci propone il modello di generosità spregiudicata del buon seminatore.

E voi, carissimi ordinandi, “presi fra gli uomini e costituiti per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (cfr. Eb 5,1), siete inviati proprio a gente così, a questa gente, in questa città e in questa Chiesa.
Sottolineo: “nelle cose che riguardano Dio”, perché, già ve l’ho detto ordinandovi diaconi, non sarete né animatori culturali né operatori sociali, come purtroppo la miope influenza mass-mediatica oggi vorrebbe ridurre il ministero sacro, sarete invece annunciatori della speranza che salva – l’unica, quella vera, quella di Gesù Cristo – e sarete amministratori dei suoi sacramenti; sarete a servizio della Chiesa, perché soltanto nella Chiesa è possibile incontrare finalmente e pienamente Gesù Cristo. Se così non fosse tradireste la fiducia oggi accordatavi, sulla quale promettete fedeltà nella giusta consapevolezza dei vostri limiti e soprattutto della potenza della grazia di Dio.

Avete udito il Signore che, come con Isaia, si domandava: “chi manderò?” e con bella generosità avete risposto: “eccomi manda me!” (cfr. Is 6,8).
Si tratta di una grande sfida, impari per le vostre energie, ma sostenuta dalla forza di Dio: “rivolgetevi alle pecore perdute della casa di Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”; dite alla gente e a chiunque incontrerete sul cammino: “tu non dovrai più piangere… non si terrà più nascosto il tuo maestro… i tuoi orecchi sentiranno questa parola: questa è la strada, percorretela, casomai andiate a destra o a sinistra”. Siate capaci di dire la parola consolante di Dio e la sua tenerezza, senza trascurare il coraggio di dire sempre e tutta la verità, senza sconti o aggiustamenti, e di correggere con vera fermezza d’amore quando fosse necessario; come abbiamo ascoltato poc’anzi nella seconda lettura:
“rifiutiamo le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, annunciamo apertamente la verità presentandoci davanti ad ogni coscienza umana, al cospetto di Dio. Noi infatti non annunciamo noi stessi”.

Non dimentichiamo lo straordinario insegnamento di San Giovanni Paolo II al n. 10 della Redemptor Hominis: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente … L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso.

Così il Papa delineava infine la missione della Chiesa: “Il compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della Redenzione, che avviene in Cristo Gesù. Contemporaneamente, si tocca anche la più profonda sfera dell’uomo, la sfera dei cuori umani, delle coscienze umane e delle vicende umane”.
Carissimi, nell’umile consapevolezza che “abbiamo questo tesoro in vasi di creta” e che “questa straordinaria potenza appartiene a Dio” lavorate per portare a tutti il gioioso annuncio della buona notizia della salvezza, lavorate in profonda comunione con il Vescovo ed il presbiterio e fate della vostra vita un dono totale, senza riserve, a servizio di questa missione.
La consapevolezza della vostra povertà vi faccia lietamente sicuri della potenza di Dio. Sta scritto nell’essenza del ministero sacro, come mirabilmente è descritto da Bernanos, che nel suo famoso romanzo, fa dire al protagonista, il curato di campagna: “Oh, dolce miracolo delle nostre mani vuote! Poter donare ciò che non si possiede”. Sono soltanto le mani vuote che possono offrire gratuitamente, perché non stringono e non vogliono stringere nulla. Così fra poco le vostre mani saranno consacrate, e prima ancora il vostro cuore: perché soltanto il cuore povero è capace di amare.

Siate profondamente preti, di null’altro desiderosi se non di spendervi per il vangelo, siate profondamente preti anche visibilmente: disponibili, obbedienti, gioiosi, fedeli, capaci di comunione e di vera compassione, solidali, presenti, riconoscibili sempre (anche attraverso l’abito prescritto indossandolo nella foggia e nel colore dovuti).

Amate la Chiesa, che, secondo una bella definizione di Leone XIII, “è una realtà soprannaturale che si comincia a vedere con gli occhi”, servitela con ogni dedizione, non deturpatene mai il volto e, siccome è vostra madre e vostra sposa, fatene conoscere la bellezza del volto e, per quanto dipende da voi, rendetela sempre più bella; indicatela a tutti come unica via dell’incontro reale con Cristo.
Non dimenticate che la vocazione, che oggi per voi si compie nell’ordinazione presbiterale, è salire sulla barca di Dio e non costruire la nostra piccola barca nella speranza che Dio ci salga. Una volta compiuta questa vocazione, non venite meno nell’impegno di curarla e di lasciare che la Chiesa la curi e la coltivi: fatelo nella preghiera, nella fraternità sacerdotale, nell’incontro familiare e costante con il Vescovo, nello sforzo costante di rifuggire da ogni mondanità per rimanere sicuri e tranquilli nella gioia vera che viene soltanto dal Signore, nostra parte di eredità.

Infine desidero dire insieme con voi un grazie straordinario alle vostre famiglie – ricordo la tua mamma, carissimo don Salvatore, che oggi è qui in modo diverso da noi – , grazie a coloro che vi hanno accompagnato nel discernimento vocazionale e nella formazione: i Superiori, i docenti, e tutte le persone che hanno pregato per voi.
A tutti raccomando di pregare per noi, ministri del Signore, perché non venga meno in noi lo slancio e la gioia del primo sì e perché possiamo servirvi come il Signore vuole “non cercando di piacere agli uomini, ma a Lui” (cfr. 1 Ts 2,4).

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