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Vescovo

Il dialogo tra Giobbe e Dio

5 Marzo 2018

La chiamata di Giobbe, che avviene nella notte della vita e della fede, ha ispirato la serata di preghiera mensile di venerdì scorso con la «lectio divina» predicata dal vescovo diocesano Antonio Suetta e animata dalla comunità del seminario diocesano, nell’oratorio dell’Immacolata di Sanremo.

Alla numerosa assemblea presente, il vescovo ha presentato la vicenda del libro di Giobbe come prosecuzione dell’approfondimento sul tema della vocazione che quest’anno collega i vari incontri di preghiera con la Parola di Dio.
«Siamo nel cuore del tempo quaresimale e ci lasciamo accompagnare da Giobbe, quanto mai indicato per farci entrare nel mistero che è al cuore di questi 40 giorni: la passione, morte e risurrezione del Signore» ha spiegato il vescovo. «Inquadriamo anzitutto la sua storia, un racconto che raccoglie l’esperienza di tutta l’umanità davanti al dolore dell’innocente. È un libro scritto durante l’esilio del popolo, un momento drammatico. Giobbe è di solito associato nel comune parlare ad un uomo di grande pazienza, vero, ma ciò fornisce una visione riduttiva dell’immensità del personaggio che è invece un grande contestatore di Dio, che osa dire parole che obbligano l’autore sacro a descrivere il protagonista come se fosse estraneo al popolo di Israele.

È un uomo giusto e scrupoloso, tanto che offre sacrifici nel dubbio che i suoi figli possano aver offeso il Signore nei giorni della festa.
Giobbe si sa giusto e non capisce il perchè del castigo divino identificato con il male ricevuto. Gli amici che si avvicinano cercano di trovare traccia di peccato meritevole di castigo in Giobbe, perchè se questo non ci fosse allora vorrebbe dire ammettere l’ingiustizia di Dio.

Il Signore si manifesta al protagonista alla fine e lo fa con delle domande, che lo invitano a trovare non il male, ma tutto il bene ricevuto in vita».
Il male ci fa toccare con mano la nostra fragilità. Soffriamo oltre il dolore che proviamo, perchè ci ritroviamo davanti ad un precipizio con il terrore di cadervi dentro e chiedendoci chi ci potrà salvare, con il nostro cuore che desidera vita, amore, gioia e senso e che davanti al male per questo non ci da pace.
Conclude il vescovo con la risposta della fede a questa paura: «Giobbe rifiuta l’idea che ci sia collegamento tra la sua vita e quello che gli sta capitando, è disposto ad essere anche ucciso da Dio pur di difendere davanti a lui la sua condotta. Come sperimentiamo ogni giorno i buoni soffrire e i malvagi prosperare.

Ma lo sbilanciamento di Dio non è verso questa ingiustizia ma nell’abbondanza del suo perdono che concede al malvagio il tempo di convertirsi. E che Giobbe nel suo cuore conosce e su cui fonda la sua fede nonostante le prove che sta vivendo: il suo Redentore vive e lo salverà».

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