Messa Crismale. L’omelia del vescovo

Durante la celebrazione della S. Messa Crismale il vescovo ha pronunciato l’omelia, che pubblichiamo integralmente.

Eccellenze,
Confratelli Presbiteri e Diaconi, Religiosi e Religiose,
Seminaristi, Cresimandi, Ragazzi e Giovani in Ricerca Vocazionale,
Carissimi Fedeli,

anche i nostri occhi, come quelli della gente di Nazareth, oggi sono fissi su Gesù, che risplende nella solenne liturgia crismale, colma luce e inebriante per il suo profumo.
La Chiesa di Ventimiglia – San Remo è qui, con il suo Vescovo, con i presbiteri, i diaconi, il popolo fedele; è qui convocata dal suo Signore per ricevere i grandi doni della salvezza ed essere ancora inviata ad annunciare la gioia del Vangelo.
In questa Messa crismale celebriamo il grande dono del sacerdozio e tutti noi, ministri ordinati, rinnoviamo gli impegni assunti nel giorno della nostra consacrazione.
Ricordiamo innanzitutto che non siamo stati ingaggiati da una agenzia religiosa, ma siamo stati piuttosto “pretesi” e conquistati (Fil 3,12) da Gesù, come dice chiaramente l’evangelista Marco: “chiamò a sé quelli che egli volle… che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (3, 13-15).
“Come mai vedesse proprio me nella sua vita… non lo so” – cantiamo spesso -; in effetti con riconoscente stupore il nostro cuore va a quel momento in cui abbiamo sentito sulla nostra vita uno sguardo, che, amandoci, ci ha scelti e chiamati (Mc 10, 21): quello sguardo è sempre su di noi, ed oggi siamo invitati ad incrociarlo ancora, tenendo i nostri occhi fissi soltanto a Gesù.
Il Papa ha detto così a Firenze: “Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr. Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è «l’essere di cui non si può pensare il maggiore», come diceva sant’Anselmo, o il «Deus semper maior» di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di se stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto” (Papa Francesco – Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze Martedì, 10 novembre 2015).

Carissimi Confratelli, in questa giornata di festosa comunione e di impegno, sento il dovere di riconsegnare a me stesso e a voi l’attesa, il desiderio, la scommessa che Gesù ha fatto sulla nostra vita, affinché possiamo essere preti veri, liberi, fedeli e contenti. E affinché possiamo donare a tutti la ricchezza della benedizione e della misericordia di Dio, custodite nel segno degli oli che oggi vengono benedetti e consacrati, e portati al popolo di Dio nelle parrocchie.
Desidero e prego che questo santo olio faccia innanzitutto brillare il nostro volto, che il vino della gioia allieti il cuore e che il pane eucaristico sostenga il nostro vigore. (cfr. Sal 103).
L’implorata misericordia del Signore trasformi la nostra vita e ne rinnovi il ministero affinché ridondi sul gregge affidatoci da Cristo con nuovo slancio e nuovi tratti.
Papa Francesco dice: “la mia vita, il mio atteggiamento, il modo di andare per la vita dev’essere proprio un segno concreto del fatto che Dio è vicino a noi. Piccoli gesti di amore, di tenerezza, di cura, che fanno pensare che il Signore è con noi, è vicino a noi. E cosi si apre la porta della misericordia” (Udienza 20.02.16).
Impariamo a scambiarci questi gesti prima di tutto tra di noi, affinché la buona testimonianza di un clero fedele e la serenità di un presbiterio unito e vivace concorra a formare quel terreno disponibile e fertile necessario perché la Parola seminata faccia frutto nella nostra Chiesa.
In questo anno della misericordia lavoriamo spiritualmente per rimuovere dal cuore ogni incrostazione di “mondanità spirituale”, che paralizza e intristisce il nostro servizio pastorale; eliminiamo con decisione tutti i criteri avulsi dalla sapienza evangelica, estirpiamo con forza i rimpianti, le ruggini, le rivalse, le punte che tanto raggelano il cuore, spengono l’ardore dell’annuncio e ci impediscono di gustare il centuplo promesso, che il Signore, sempre fedele, riversa sulla nostra vita.
Di mondanità spirituale parla spesso il Papa ed ora voglio proporvi una breve riflessione del Card. De Lubac: “Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare per corromperla attaccandosi al suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale. Peggio ancora di quella lebbra che, in certi momenti della storia, sfigurò così crudelmente la Sposa diletta, quando la religione pareva introdurre lo scandalo nel “santuario stesso e, rappresentata da un papa libertino, nascondeva il volto di Gesù sotto pietre preziose, sotto belletti ed orpelli”. Nessuno di noi è totalmente sicuro da questo male. Un umanesimo sottile, avversario del Dio vivente, e non meno nemico dell’uomo, segretamente, può insinuarsi in noi attraverso mille vie tortuose. La “curvitas” originale non è mai in noi definitivamente raddrizzata. Il “peccato contro lo Spirito” è sempre possibile. Ma nessuno di noi si identifica con la Chiesa. Nessun nostro tradimento può consegnare al Nemico la Città che il Signore stesso custodisce” (H. DE LUBAC, Meditazione sulla Chiesa).

Ci ritroveremo il prossimo 2 giugno nel Santuario di Bussana – vi invito fin d’ora – per vivere insieme il Giubileo dei preti, in ascolto delle meditazioni del Santo Padre trasmesse in diretta, per condividere la fatica di un necessario cammino penitenziale e la festa di un cuore rinnovato. Scrive Martin Buber: “Il Signore non ci chiederà un giorno: Sei stato bravo nella fede come Abramo? Sei stato un forte leader come Mosé? Sei stato coraggioso e battagliero come Elia? No, egli ci chiederà: Sei stato te stesso?”. Allora con coraggio e fiducia, accogliamo il dono dell’amore di Dio e del suo disegno su ciascuno di noi e ripetiamo ancora: “sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5).
Lo dico meglio con parole del Papa rivolte ai vescovi, ma che vanno bene anche per i preti: “Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: “Sono pastore”. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.
Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo” (Papa Francesco – Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze Martedì, 10 novembre 2015).

Ci attende il “campo di Dio” (1 Cor 3,9) a lavorare per seminare la gioia del Vangelo. È il titolo dell’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco, che ha riconsegnato alla Chiesa italiana nel recente Convegno ecclesiale di Firenze e che noi, a partire dalla prossima Assemblea Diocesana del 17 aprile, riprenderemo in mano per farla diventare la traccia del nostro cammino, prestando profonda attenzione a queste parole del Santo Padre: “Non ignoro che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno (EG n. 25). E ancora: “Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni… Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà (Papa Francesco – Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze Martedì, 10 novembre 2015).

Carissimi fratelli sacerdoti e fedeli tutti, vi rinnovo tutto il mio affetto e vi dico ancora la mia gioia di essere con voi a servizio di questa Chiesa di Ventimiglia – San Remo: portando gli oli nelle vostre comunità parrocchiali spandete il profumo di un rinnovato slancio pastorale e lavorate con amorosa perseveranza perché la nostra Chiesa sempre più risplenda allo sguardo del suo Signore come sposa “gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile” (Ef 5,27).

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