Omelia della Messa Crismale

Carissimi Presbiteri e Diaconi,
Religiosi e Religiose, Seminaristi, carissimi Cresimandi, Ministranti e Fedeli,

vivendo in questo anno la grazia del sinodo presbiterale, noi, sacri ministri, siamo qui radunati nel giorno della festa del nostro sacerdozio per una solenne Liturgia eucaristica, che fa risplendere nei santi segni il volto bello e autentico della Chiesa di Gesù.
I nostri occhi sono rivolti a Lui, “testimone fedele” (Ap 1, 5) e noi siamo dinanzi al nostro popolo per rinnovare la grazia e l’impegno della nostra consacrazione al Vangelo e al servizio dei Sacramenti.

In ognuno di noi i fedeli possono e devono riconoscere colui è “consacrato con l’unzione e mandato ad annunciare la buona notizia ai poveri” (Is 61, 1), come proclamava Isaia, letto e commentato da Gesù, e in questa santa assemblea siamo chiamati a riconoscere e celebrare insieme l’ “oggi” di Dio (Lc 4, 21).

Davanti al nostro popolo, che ci vuole bene, ci riconosce e prega per noi, vorrei rivolgere a me stesso e a tutti voi, carissimi presbiteri e diaconi, una parola di esortazione e di incoraggiamento prendendo spunto dalle parole di Pietro nella sua prima lettera (1 Pt 5, 1-4):

“Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce”.

Innanzitutto occorre una visione di fede che ci faccia guardare al nostro popolo come al “gregge di Dio, che egli si è acquistato a prezzo del sangue prezioso del suo Figlio” (cfr. 1 Cor 6, 20; 7, 23; 1 Pt 1, 19) e che, con San Paolo, ci faccia dire di chiunque incroci il nostro cammino “è un fratello per il quale Cristo è morto” (cfr. 1 Cor 8, 11): questa consapevolezza ci libererà da ogni tentazione di abuso e di pigrizia, atteggiamenti che si riconducono a quel “clericalismo”, da cui Papa Francesco mette spesso in guardia.
L’immagine evangelica del buon pastore che “da la sua vita per le pecore” (Gv 10, 11) sia il modello a cui ispirare costantemente il nostro stile ministeriale e la ragione perenne del rimanere al suo servizio.

Non siamo stati costretti a questa scelta, ma piuttosto irresistibilmente attratti da un richiamo di amore, che ci ha condotto a riconoscere, tra tante, la voce del Signore e a comprendere che stava chiedendoci non un servizio qualunque, ma piuttosto un’adesione totale alla sua persona, stringendoci a sé in uno specialissimo e indissolubile vincolo di appartenenza. Gesù stesso ha definito tale legame un “bere al suo calice” (cfr Mt 20, 22-23), cioè una singolare e definitiva partecipazione al suo destino; con immensa gratitudine e rinnovato stupore noi cantiamo così: “Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (Salmo 22, 5-6).

Desidero porre l’accento su un compito particolare evidenziato dal testo petrino: si tratta della responsabilità irrinunciabile di “sorvegliare” il gregge.
Ciò non dipende dal fatto che il gregge non meriti fiducia, ma piuttosto dalla concreta e prudente convinzione che sia esposto a tanti pericoli, che sono le tentazioni del male e le persecuzioni.
Oggi in particolare il gregge affidato alla nostra cura è esposto al grave pericolo rappresentato da ciò che chiamiamo la dittatura del pensiero unico o dal cosiddetto “politicamente corretto”. L’aggressione di tale minaccia è sempre feroce, ma si manifesta con modalità differenti: in taluni casi appare come violenza, emarginazione e contrapposizione; il più delle volte però si insinua come seduzione o addirittura come conveniente formula di dialogo con la mentalità del mondo.
È questa la forma più pericolosa perché silente, traditrice e letale; oggi più che mai ne vediamo lo scempio a tutti i livelli, ma soprattutto nell’esperienza dei giovani, nelle famiglie, negli abusi contro la vita, nella deriva culturale e nella corruzione dilagante.
Pericolose tentazioni in tal senso infiltrano anche la vita di tanti credenti o realtà ecclesiali portati a ritenere che il Vangelo possa essere ridotto ad una generica condivisione di tematiche sensibili all’agenda del mondo o di impegno limitato a questioni umane di solidarietà e di giustizia.
Altro è l’orizzonte della fede e altri sono i pascoli, ai quali il Signore ci chiede di condurre il nostro popolo.

In questa santa assemblea liturgica il gesto della consacrazione degli oli richiama il fatto che nel Battesimo il Santo popolo di Dio è stato scelto, messo da parte per appartenere al Signore, destinato alla gioia della sua casa; richiama il nostro dovere di nutrire questo popolo con la parola del Signore e con la grazia dei Sacramenti accompagnandolo nella strada di una vita buona fino al giorno del definitivo compimento nel Regno dei cieli.

Pascere secondo Dio, non per forza, ma volentieri oggi significa soprattutto orientare con decisione i fedeli ad un maturo discernimento e ad una scelta di fede coraggiosa e autentica, senza cedimenti alla mentalità dominante e senza sincretismi di sorta.
Noi dobbiamo testimoniare che “credere è preferire” e dobbiamo sostenere i nostri fedeli a vivere come già nel II secolo ricordava la lettera a Diogneto: “La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale” (3-4).

Pascere secondo Dio significa avere coscienza di ciò che San Paolo scriveva a Timoteo: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero” (2 Tm 4, 3-5).
Significa obbedire all’esortazione rivolta ancora da San Paolo agli anziani della Chiesa di Èfeso: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi” (At 20, 28-31).

Se non siamo fedeli a questo impegno di custodire integra la fede e la vita dei nostri fedeli meriteremo il severo rimprovero mosso da Dio ai cattivi pastori per mezzo del profeta Geremia: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.
Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore” (23, 1-4).

Carissimi Confratelli, sosteniamoci fraternamente, incoraggiandoci a vicenda, nella fedeltà al compito ricevuto. La testimonianza concreta e autentica della nostra vita in uno stile assolutamente evangelico lasci intuire ai nostri fedeli che le parole dell’apostolo Paolo, rivolte ai Tessalonicesi, sono adeguate anche per descrivere nella verità il nostro rapporto con loro: “siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.
Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il vangelo di Dio. Voi siete testimoni, e Dio stesso è testimone, come è stato santo, giusto, irreprensibile il nostro comportamento verso di voi credenti; e sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1 Ts 2, 7-12).
L’attitudine testimoniata da San Paolo contrasta con il rimprovero mosso da Dio ai cattivi pastori del suo popolo per mezzo del profeta Ezechiele: “Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di bestie selvatiche: sono sbandate” (Ez 34, 3-5).
Oggi ancora una volta siamo a riconoscere che i nostri fedeli davvero sono “il centuplo” (cfr. Mt 19,27-29) promesso dal Signore: essi infatti ci riconoscono, ci accolgono, ci sostentano, ci comprendono, ci perdonano e ci seguono. Sarebbe uno “spadroneggiare” sul gregge trascurare di condurli ai pascoli della vita buona, della verità e della grazia.

Carissimi fedeli, desideriamo rinnovare davanti a voi il nostro impegno e la volontà del dono totale e incondizionato della nostra vita, certi che, come ricorda la liturgia, il vostro progresso sarà la nostra gioia eterna.
Pregate per noi, sosteneteci con il vostro aiuto, bussate alla nostra porta, perdonateci quando sbagliamo e sempre richiamateci alla grandezza e alla bellezza della missione che abbiamo ricevuto.
Pregate perché impariamo a vivere profondamente la comunione con il Signore e tra di noi e perché non manchino alla nostra Chiesa di Ventimiglia –San Remo sante e numerose vocazioni.

+ Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo

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