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Come San Siro, siete giunti fino a questa Chiesa.

Omelia Ordinazioni Presbiterali

Sanremo, Basilica Concattedrale di San Siro, 7 luglio 2021

Oggi questa Parrocchia è in festa per la ricorrenza del Santo Patrono, la cui devozione coinvolge la
Città di Sanremo e l’intera Diocesi. San Siro, giunto in terra matuziana appena ordinato diacono e
successivamente acclamato vescovo di Genova, richiama alla nostra Chiesa l’antichità delle sue
origini cristiane e la riconduce con grata memoria all’attività missionaria di chi ha lasciato la
propria terra e le proprie sicurezze di vita per annunciare il vangelo.


Il diacono Siro è giunto in questa regione ligure anche allo scopo di completare la propria
formazione apostolica sotto la guida del presbitero Ormisda per un’esperienza, che con linguaggio
odierno, potremmo definire “in uscita”.

Sono sufficienti pochi cenni della biografia matuziana di San Siro per coglierne un intimo nesso con
l’ordinazione presbiterale di tre diaconi della nostra comunità diocesana.


Don Stefano, don Marco e don Filippo, provenendo da cammini di fede diversi in relazione alla
storia personale di ciascuno, in questa Chiesa hanno vissuto un tempo di discernimento e di
formazione, ed oggi con il Sacramento dell’Ordine vengono consacrati al servizio del popolo di
Dio, in questa sua porzione, affinché siano annunciatori del vangelo, dispensatori dei misteri della
salvezza e guide sagge, amorevoli e forti dei fratelli nella fede.


Il ricordo di San Siro si è profondamente radicato nel nostro territorio fin dall’inizio perché il
popolo santo di Dio, grazie al “sensus fidei” di cui è dotato in forza del Battesimo, riconosce la
presenza salvifica e benevolente del Signore nei gesti e nelle parole dei ministri del Vangelo.
Una buona, autentica e generosa umanità è il primo segno offerto dall’apostolo per aprire la strada
all’annuncio della buona notizia evangelica. Un’attitudine del genere non resta circoscritta a
momenti e situazioni speciali, ma costituisce la decisione totalizzante di chi risponde alla chiamata
del Signore, il quale non cerca “operai ad ore” e tantomeno “liberi professionisti”, ma amici che gli
consegnino l’intera esistenza e si rendano irrevocabilmente disponibili a condividerne il destino
nella fatica dolorosa della passione come nell’umile e gioiosa fiducia della luce pasquale.
Carissimi ordinandi, non dimenticate mai che il vostro essere “per gli uomini” sarà possibile e
dipenderà in tutto e per tutto dall’essere completamente “per Dio”.

Tale convinzione profondamente evangelica oggi rappresenta una sfida impegnativa e spesso logorante poiché la
mentalità diffusa e la violenza della propaganda anticristiana inducono a pensare che la promozione
umana esiga l’emancipazione da Dio e concretamente impongono modelli e stili di vita contrari
all’insegnamento di Gesù e alla dottrina cattolica.


Ricordate, dunque, che ogni eventuale cedimento al buonismo spurio del mondo comporterebbe
inequivocabilmente un tradimento della missione ricevuta. Non vi sembri esagerata l’affermazione
e considerate come, anche ai tempi di San Siro, la scia di bontà da lui seminata nella nostra terra, è
intimamente legata alla sua coraggiosa, intelligente e costante lotta contro l’eresia ariana, come
risulta con evidenza dall’iconografia raffigurante il Santo con lo sconfitto basilisco.
La bestia dalle sembianze mitologiche è descritta come nociva perché, dimorando in un pozzo,
ammorbava l’aria con un alito terribilmente fetido.

Cari ordinandi, a noi, ministri del Signore, sono affidati la custodia e il servizio di quel pozzo, a cui pensiamo all’episodio giovanneo della Samaritana – l’umanità riarsa e sfinita dalla sete accorre per
estinguere l’ardore del desiderio del bene e per trovare sorgenti di acqua pure e fresca. Da sempre
Satana vuole inquinare e intorbidire l’acqua del pozzo, e anche oggi innumerevoli falsi profeti
propinano surrogati, che avvelenano piuttosto che dissetare. A questo proposito suggestiva e
affascinante è l’immagine della Parrocchia come “fontana del villaggio”, a cui tanti fedeli guardano
con fede e che tanti “lontani” considerano con nostalgia o con vivo senso di attesa.


Il basilisco è sempre lo stesso perché il male non ha fantasia e, se all’epoca di San Siro esso veniva
puntualmente identificato con l’eresia ariana, anche oggi, sotto mentite spoglie, non è poi così
diverso. Forse siamo così confusi da non riconoscere adeguatamente negli sbandamenti del tempo
la radice velenosa dell’errore, ma è proprio una valutazione sbagliata o quantomeno riduttiva di
Cristo, che conduce molti a perdere la fede o a sprecarla in pericolose alchimie con ideologie
mondane. In estrema e semplice sintesi l’eresia ariana negava la divinità di Cristo e anche oggi
dilagano approcci anomali alla fede con la pretesa di confinarla nel perimetro della sapienza umana e di coinvolgerla nei passaggi epocali dell’umanità, sempre definiti in prospettiva di progresso e
purtroppo il più delle volte corrispondenti a vere e proprie involuzioni regressive e incapaci di
riconoscere il destino e la dignità dell’uomo. Anche la Chiesa e i suoi ambiti di missione ne
risentono, conducendo sempre più spesso al rischio di ritenerla una delle tante agenzie di
promozione umana e considerandone sempre di meno l’intima natura divina e divinizzante.

Carissimi ordinandi, oggi voi siete consacrati in relazione assoluta con l’annuncio della Parola di
Dio e con la celebrazione dei Sacramenti, in modo particolare l’Eucaristia e la Penitenza. Circa
l’annuncio della Parola vi ricordo un passaggio della Prima Lettera ai Corinzi: “Vi rendo noto,
fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale
anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti,
avreste creduto invano!” (1 Cor 15, 1-2). E a proposito dei Sacramenti cito il Vangelo di Giovanni:
“In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo
sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e
io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera
bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6, 53-65).
Intorno a questi due pilastri permettete al Signore di edificare la vostra esistenza ed il vostro
ministero sacerdotale. Lo stile, i criteri, le impostazioni del vostro servizio si ispirino
essenzialmente a questi tesori, di cui sarete custodi e dispensatori, e non alle logiche della
propaganda e dell’efficientismo mondani. Vivete prima di tutto voi di Parola e di Sacramenti e così
ne diventerete testimoni autentici. Dissetatevi voi per primi alla “fontana del villaggio”, cercando e
trovando in essa la fraternità, la gioia, il riposo, la pace e la vera casa, e non dimenticate che ogni
volta che sentirete qualche richiamo di gratificazione in alternativa al contesto del presbiterio e del
popolo santo di Dio, dovrete vigilare affinché la tentazione o il fallace inganno delle compensazioni
non inaridiscano la sorgente che zampilla nel cuore e non spengano quel fuoco d’amore, che vi ha
condotto, oggi, a “scegliere la parte migliore” (cfr. Lc 10, 42).

Lo Spirito invocato su di voi per consacrarvi nella verità (cfr. Gv 17, 17) continui ad ardere in voi
affinché possiate sempre custodire e gustare la forza spirituale del profeta Geremia e contrasti tutte
le perniciose tentazioni che, per stanchezza, scoraggiamento, rispetto umano o paura, volessero
indurvi a non parlare più in suo nome (cfr. Ger 20, 9). Predicate gratuitamente il Vangelo – secondo
quanto abbiamo ascoltato nella seconda lettura – senza pretendere diritti e ricompense, ma
facendovi “tutto a tutti” per divenire partecipi insieme ai fratelli dell’eredità promessa. Ogni volta
che con i superiori, i confratelli e i fedeli saprete fare un passo indietro, non sui principi ma quanto
ai vostri diritti (veri o presunti), sappiate che avrete rinunciato a cianfrusaglie di poco conto per
assicurarvi il vero tesoro; e facendolo ne avrete l’immediato riscontro della pace del cuore e della
vera gioia.

Sentitevi dunque investiti della missione affidata da Gesù agli Undici, come abbiamo ascoltato nel
Vangelo; sappiate che non partite per un vostro progetto e che non andrete a offrire qualcosa di
accessorio, superfluo o sostituibile con altre proposte di vita.

Sentitevi investiti di una grande responsabilità: “chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi
non crederà sarà condannato” (cfr. Mc 16, 16), responsabilità che, quanto a forza dipende
esclusivamente dal Signore, e che dunque non dovrà affannarvi o deprimervi per i rifiuti e le
persecuzioni, ma che comunque dovrà condurvi a non risparmiarvi in nulla e per nulla e a vivere il
vostro ministero in quella capacità di slancio, che o diventerà eroica per grazia oppure
inesorabilmente e tristemente scolorerà lasciando sbiadita e insoddisfatta l’esistenza, dischiudendo
magari una pericolosissima porta con la seduzione del cercare altrove.

Di quella porta, che oggi chiudete con entusiasmo fidandovi di Chi vi ha chiamato e della Chiesa, di
quella porta buttate la chiave e non guardatela mai più per nessuna, anche incalzante nostalgia.
Imparate dall’Apostolo Paolo e dal Santo Vescovo Siro quanto sia fecondo di gioia e di frutti un
cuore tutto donato: “siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri
figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la
nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari” (1 Ts. 7, 8).

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo