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Laici

Intervista al nuovo Presidente dell’Azione Cattolica Diocesana

7 Febbraio 2024

Mons. Antonio Suetta ha conferito a Daniele Stancampiano l’incarico di guidare l’Azione Cattolica diocesana in questo triennio appena iniziato.


1- Può raccontarci il suo percorso di vita cristiana e di formazione nell’Azione Cattolica?

La mia esperienza in Ac è iniziata ben 27 anni fa. Un percorso di una vita, che mi ha visto attraversare tutte le fasi di crescita associative. Ho avuto la fortuna di vivere l’Associazione immerso in una realtà più che viva, nella parrocchia di N.S. della Mercede, confrontando lo stile di annuncio  direttamente con le altre realtà associative e movimenti.

Ho deciso di provare anche ad assaggiare il servizio educativo, impegno che mi ha dato l’opportunità di crescere insieme a tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze, giovanissime/i e giovani. La parrocchia mi ha visto “nascere” anche nelle prime responsabilità associative, dall’Acr fino alla Presidenza parrocchiale, passando per il Settore Giovani. 

Negli ultimi anni ho potuto mettermi al servizio della Associazione diocesana, prima come Consigliere per il settore Giovani e poi coordinando il Laboratorio della Formazione. Proprio grazie all’impegno della Presidenza diocesana verso la crescita e la formazione di tutti i soci, l’Ac mi ha chiesto una mano anche in Centro Nazionale, dove sono stato per 5 anni Collaboratore Centrale, membro e Vice Coordinatore della Commissione testo Giovani, membro del Comitato Esecutivo dell’Istituto Toniolo e Fondatore e primo Coordinatore Esecutivo del Laboratorio sull’integrazione europea EurHope.Lab.

Per me l’Ac è soprattutto un’incredibile esperienza di servizio e relazione. In Ac servire è un’azione sempre tesa fra ascolto della realtà e progettazione per migliorarla, che ci lanciano nel futuro, e l’esperienza maturata in anni di gruppo e relazioni, che rende la responsabilità una vera e propria eredità.


2- Pensa che nella Chiesa di oggi ci sia reale possibilità di spazio e missione per il laicato impegnato?

I laici e le laiche, più o meno impegnati non importa, sono già parte strutturale della Chiesa. È il battesimo l’unica cosa che “fa spazio” a ciascuno nella Chiesa e che chiama laici e ministri a lavorare insieme a servizio del mondo. 

Non credo la questione sia di cercare spazi, ma vivere relazioni e reciprocità: tra laici, impegnati e non, tra laici e ministri, tra pastori e popolo. Questo, per come la vedo io, è un monito per tutti ad evitare di opporsi o sovrapporsi: per i ministri, affinché non abbiano la tentazione, a volte dovuta anche alle necessità, di negoziare di volta in volta lo spazio del laicato; per noi laici, di evitare narrazioni e comportamenti “da corrente”. Quelle narrazioni con le quali ci auto convinciamo di essere una minoranza, in tutti i sensi, ed attraverso le quali perdiamo di vista l’essenziale, ovvero il nostro apporto unico al servizio del mondo, nella e con la Chiesa. Tutto questo lo stiamo ben sperimentando nel cammino sinodale, dal quale veniamo costantemente provocati a riconoscerci insieme nella sequela di Gesù. Siamo tutti uguali nel battesimo o, come direbbe S. Paolo (Gal 3), “siamo uno in Cristo”.

Chiaramente siamo tutti uguali nel battesimo, ma diversi per scelte di vita e ruoli, ministeri: credo a tal proposito che si possa riscoprire la dimensione vocazionale, dimensione che l’esperienza del laicato può riuscire a “fare nuova”.


3- Quali sono le priorità che ritiene siano necessarie per la vita e l’agire dell’Azione Cattolica nel territorio della nostra Diocesi?

La prima era presente nella domanda precedente ed è “missione”.  Questo termine richiama alla mia mente i ricordi dei racconti dei missionari francescani che tante volte ho incontrato nella mia parrocchia. Credo però che il vero viaggio missionario, dirò una cosa forse contro intuitiva, è quello che incomincia con un primo passo dentro noi stessi: sono le nostre abitudini mentali, i nostri “si è sempre fatto così” e le nostre prassi i confini che ci riesce più difficile raggiungere. Se proviamo a farlo, sempre in gruppo che è l’unità minima con la quale noi di Ac misuriamo la realtà, allora potremo iniziare a vedere dove il servizio ci chiama e quali sono le “periferie esistenziali” tanto care a Papa Francesco. Il nostro territorio, a tal proposito, offre infinite occasioni in tal senso: case di cura e di riposo, quartieri in emergenza educativa, adultità e genitorialità, la scuola e la vita degli studenti, l’educazione sentimentale, il carcere.

La seconda parola è “dialogo”. Il dialogo è la dimensione interazionale che a noi arriva dalla sapienza ebraica. Se nel dibattito greco ciò che interessa sono le idee altrui e la loro forza, nell’esperienza biblica il dialogo si caratterizza come una pratica di responsabilità e libertà. 

Nel dibattito, che è una pratica agonistica, ci sono regole ferree, gli interlocutori stanno uno di fronte all’altro e l’oggetto della discussione sono le loro opinioni o posizioni intellettuali rispetto al focus del discorso. La domanda che caratterizza il dibattito è, dunque, “cosa ne pensi?”.

In Genesi, quando Dio chiama Adamo, la sua domanda è letteralmente “dove sei?”. Tutti noi conosciamo, dalle lezioni al catechismo, la risposta: quel “eccomi” che risuona dai profeti fino a Maria. Nel dialogo biblico quindi, si chiede all’altro di posizionarsi rispetto a chi sta ponendo la domanda: “sono qui rispetto a te”.  Nel rispondere, bisogna non solo riconoscere l’altro che ci chiama, ma anche essere all’altezza di noi stessi: “Io, proprio io, sono qui rispetto a te, proprio te”. D’altra parte nel testo biblico, per iniziare un dialogo occorre sempre chiamare l’interlocutore per nome: occorre quindi, di nuovo, riconoscerlo nella sua storia e complessità. E, se ci pensiamo, chiedere dove qualcuno si trovi presuppone che non si dia per scontato che il nostro interlocutore ci possa raggiungere subito: a differenza che nel dibattito, il dialogo presuppone un altro alla fine mai completamente afferrabile, pienamente libero di muoversi e persino di non rispondere. 

La pratica del dialogo biblico può servire alla nostra Ac a ripensare e rivivere il senso della sua testimonianza e del servizio sul territorio: penso al vivere l’impegno educativo non solo come esperienza di protagonismo limitata alle necessità della pastorale, ma come postura nel vivere quotidiano; penso alla necessità di rimodulare le nostre pratiche di servizio e responsabilità rispetto ad un sano principio di vivibilità, che metta la vita e le sue sfide prima dei bisogni dell’Associazione; penso alla riflessione necessaria sul rapporto tra libertà e responsabilità di espressione ed alla necessità di buone pratiche in tutti i contesti di comunicazione pubblica, reali e virtuali; penso alle nostre comunità parrocchiali, che non devono confinarsi intorno alla chiesa o all’oratorio, ma viversi come esperienza di quartiere, territoriale; infine penso alle nostre celebrazioni, che dobbiamo riscoprire e tornare a vivere come “culmine e fonte” della dimensione comunitaria della vita cristiana e non banalmente come abitudini rituali.

Infine, l’ultima parola: “scuola”. Ricordo che il primo anno da docente della Primaria in via Volta. ragionai con i bambini e le bambine di quarta e quinta sulle regole e decidemmo insieme di pensare una Costituzione della scuola. Il primo articolo avrebbe dovuto definire l’oggetto che andavamo a regolare e ricordo a memoria la prima frase che ne uscì: “La scuola è uno stile di vita basato sul prendersi cura”. 

Se qualcosa si può aggiungere è che scuola significa dare importanza ai momenti riflessivi come a quelli attivi, pensando, oltre alle rispettive soluzioni, anche alle cause dei problemi che si evidenziano; scuola significa anche pensare la formazione sempre in un percorso e mai come una tantum; infine, scuola è sempre un’occasione di scoperta in uscita e mai un’imposizione identitaria. Semmai proprio la rassegnazione culturale, che ci limita a parlar per slogan senza andare in profondità, è quella che ci costringe a vedere tutto o bianco o nero, perdendo la scala di colori tra i due.

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