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Lazzaro e il Ricco

Continua la lettura e la meditazione delle parabole del Regno, come filo comune della lectio divina diocesana predicata da monsignor Antonio Suetta. La tappa di gennaio ha invitato a pregare e convertirsi sulla traccia del racconto di Lazzaro e del ricco epulone, narrata nel sedicesimo capitolo del vangelo di Luca.
All’inizio della celebrazione della Parola di Dio, un gruppo di giovani della parrocchia di Roverino in Ventimiglia, guidati dal seminarista Alessandro Bertone, ha vestito l’altare spoglio, ponendo le tovaglie, i lumi, i fiori, alcuni grappoli d’uva e cinque grossi pani.
Questo gesto ha voluto predisporre all’ascolto della parabola, permettendo una riflessione sul significato dell’imbandire il banchetto del Regno. Si è poi pregato responsorialmente il salmo 73, che
esprimeva la condizione di Lazzaro citatato nel vangelo.
«Questa parabola non è anzitutto un insegnamento sociale sulla ricchezza e sulla povertà, ma è importante notare che esiste un limite invalicabile che la ricchezza se usata in maniera non caritatevole sa creare. Sulla terra è un limite che impedisce al ricco di vedere Lazzaro fuori dalla sua porta, bramoso anche solo di sfamarsi dei pezzi di pani che allora venivano usati per pulirsi le mani e quindi gettati a terra. Poi avviene la morte e il giudizio e noi ritroviamo la situazioni ribaltata: ora Lazzaro è nel seno di Abramo e il ricco nei tormenti e di nuovo esiste un limite invalicabile che non permette all’uno di raggiungere l’altro. L’inferno del ricco è quello che lui ha costruito sulla terra considerandolo un paradiso».
La meditazione del vescovo ha poi invitato a pensare a come utilizziamo nella nostra vita le ricchezze e i beni che abbiamo: «Sappiamo che Cristo ci mette in guardia da esse quando ci avverte che non possiamo servire Dio e mammona (Lc 16,13). Quando
infatti serviamo la ricchezza al posto di servircene come dovremmo invece fare per il bene nostro e dei fratelli, specie i più bisognosi, veniamo riempiti da essa e non abbiamo più desiderio di altro. Il cuore viene così soffocato dalla ricchezza malamente utilizzata e alla fine non riesce a vedere più nient’altro che questa, costruendo quindi i limiti invalicabili che anche oggi distanziano in una stessa città i ricchi da chi sta morendo di freddo e di fame per le strade». Citando le meditazioni del mattino di Papa Francesco il vescovo ha invitato inoltre a ricordare che «il ricco non è una persona cattiva. Non nega nulla a
Lazzaro, che forse nemmeno aveva chiesto. Questo è il dramma se ci pensiamo ancora più profondo e terribile: i due non sono nemici, semplicemente chi potrebbe dare non vede chi ha bisogno di ricevere perché ha scelto di chiudersi dietro la porta di casa e non ha più occhi per il mondo. E’
cieco prima con gli occhi, appunto, e così lo diventa con il cuore».
Al termine dell’incontro di preghiera è stato distribuito ai numerosi partecipanti un pane per ricordare la necessità di far cresce il Regno permettendo a tutti gli uomini di avere il proprio pane quotidiano. «E’ un vero e proprio miracolo che si riconosce con la fede quello di avere in questo mondo avido ed egoista un cuore generoso perché libero dall’uso improprio della ricchezza. Possa il semplice gesto che ora riceviamo rinnovare in noi il desiderio di compiere ogni giorno gesti di autentica condivisione perché i poveri Lazzaro di oggi riscoprano il significato profondo di questo nome, che vuol dire: “Dio aiuta”. Il Signore possa compiere questi miracoli di carità attraverso di noi. Dio aiuta – sono state le parole conclusive di monsignor Suetta – è il nome che resta, la verità che rimane. Il ricco senza volto e senza nome scompare dimenticato nel deserto di solitudine ed egoismo che lui stesso si è creato».