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Messaggio del Vescovo Antonio per la Santa Pasqua

Carissimi Fratelli e Sorelle in Cristo,

            Presbiteri e Diaconi,

            Religiosi e Religiose,

            Seminaristi e Fedeli tutti,

            l’attuale momento critico ci porta a celebrare la Pasqua non nella festosa comunione delle convocazioni liturgiche, tanto care e solenni, ma raccolti nell’intimità delle case e con il cuore oppresso da preoccupazione e sofferenza.

            È una Pasqua segnata dall’attesa che il Signore venga a visitarci e a liberarci dal male; ci fa rivivere intensamente la prima Pasqua di Israele quando il Signore onnipotente riscattò il suo popolo dalla schiavitù e dall’oppressione egiziana.

            “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione” (Es 12, 42). Il tema della vigilanza esprime la fiducia che il Signore vegli sul suo popolo e non lo abbandoni al potere del male; indica pure un atteggiamento proprio del credente, educato a decifrare il mistero della vita e della storia alla luce della fede. Il libro dell’Esodo attesta che “di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte” (Es 13, 22): è un richiamo al grande dono della fede come unico sguardo in grado di scandagliare la profondità del reale, superando la crosta dell’apparenza e dell’effimero.

            La stessa attitudine ha guidato Maria di Magdala, che “si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio” (Gv 20, 1): speranza sicura, che, pur nel vortice di turbamenti interiori e circostanti, resta salda sulla parola del Maestro; “ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea: bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno” (Lc 24, 6-7).

            Molteplici e ricorrenti tribolazioni, come l’attuale pandemia, generano tanti discorsi troppo legati a logiche mondane, smodatamente confidenti in risorse terrene e tecnologiche. Utile a tal riguardo la riflessione di San Paolo sull’approccio alla Scrittura da parte dei Giudei, “fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore” (2 Cor 3, 15). Spesso si evoca la Pasqua come una comune “festa della speranza”; ciò è vero in quanto tutti siamo destinatari della salvezza. È essenziale però non dimenticare che l’autentica speranza ha un nome ed un volto: quello di Gesù Cristo! Tale unica ed originale speranza si fonda esclusivamente sull’evento della sua risurrezione, “se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15, 17)… altrimenti, avreste creduto invano!” (1 Cor 15, 2).

Resta decisiva, e fa la differenza, la fede per entrare nella piena comprensione del mistero dell’esistenza. “Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor 4, 3-6).

         È mio preciso e gioioso dovere di pastore far risuonare il lieto annunzio della risurrezione di Cristo e invitare tutti a rinnovarsi nella professione della fede e nel proposito di una vita “da risorti”, conforme al dono ricevuto. Già nell’antica Pasqua ebraica il segno del pane azzimo richiamava il fedele a vivere un cambiamento radicale rispetto al passato. “Per sette giorni mangerai azzimi. Nel settimo vi sarà una festa in onore del Signore. Nei sette giorni si mangeranno azzimi e non ci sarà presso di te ciò che è lievitato; non ci sarà presso di te il lievito, entro tutti i tuoi confini.  In quel giorno tu istruirai tuo figlio: E’ a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto. Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge del Signore sia sulla tua bocca. Con mano potente infatti il Signore ti ha fatto uscire dall’Egitto. Osserverai questo rito alla sua ricorrenza ogni anno” (Es 13, 6-10).

            Nulla di “già lievitato” resti nella vita del cristiano, e i credenti rinnovino l’impegno di testimonianza anche nei confronti della società: peccati e delitti come aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, corruzione della famiglia, sono “strutture di peccato”, sono il “lievito vecchio” (1Cor 5, 7). È dunque indispensabile che torniamo a parlare di conversione non solo del singolo, ma della società. 

            Preoccupazione di questo tempo non sia soltanto quella delle emergenze sanitarie, sociali ed economiche, in ordine alle quali abbiamo la responsabilità di profondere tutte le migliori energie e il dovere di esprimere profonda gratitudine alla schiera innumerevole di persone che, nei vari ambiti, si spendono eroicamente per il soccorso del prossimo e per il bene comune.

            La luce sfolgorante di Pasqua susciti nel cuore di tutti il desiderio di conoscere il disegno salvifico di Dio; la sua Parola faccia “ardere il nostro cuore” (cfr. Lc 24, 32) affinché non si dimentichi che “se il Signore non custodisce la città invano veglia il custode” (Sal 126, 1) e che “la realtà invece è Cristo” (Col 2, 17).

            È questo il mio augurio affettuoso, accompagnato dalla benedizione del Signore.

Buona Pasqua!

Sanremo, 12 aprile 2020.

Pasqua di Risurrezione.

+ Antonio Suetta

Vescovo di Ventimiglia – San Remo


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