Liturgia, Ultima ora, Vescovo

Omelia del Vescovo “in Coena Domini” – 2021 (…e foto)

1 aprile 2021

Il contesto liturgico di questa sera nel Giovedì Santo ci conduce in profondità, al cuore
dell’esperienza di fede e del mistero della Chiesa attraverso un’immagine povera, quasi indecorosa:
i piedi.


Queste membra, preziose e umili, del corpo umano costituiscono quasi il filo conduttore del
messaggio di questa memoria, solenne e coinvolgente, della “cena del Signore”.
Colpisce fortemente la nostra attenzione, e soprattutto il nostro sentimento, che, all’inizio di
quell’ultima cena, Gesù abbia voluto chinarsi davanti ai suoi apostoli per lavare i loro piedi; e
spesso abbiamo la convinzione, troppo superficiale, che sia la lavanda dei piedi a spiegare ed
illuminare l’Eucaristia, mentre vorrei dirvi che è piuttosto il contrario: è l’Eucaristia a dare
significato autentico all’umile gesto del Signore.


I piedi venivano lavati dai servi o dalla premurosa ospitalità di un padrone di casa verso gli ospiti
offrendo loro dell’acqua: si trattava di una necessità di igiene e di conforto, segno intenso di
accoglienza e di rispetto. Era anche il gesto, molto bello, delle mogli nei confronti del marito o dei
figli nei confronti del padre. Così fa anche Gesù nei confronti di coloro che chiama “non più servi,
ma amici” (cfr. Gv 15, 15), e la sua azione non ha soltanto un valore morale ed esemplare, ma più
ancora cristologico e sacramentale.


Qui non si tratta semplicemente di promuovere uno stile di fraterna solidarietà, ma di comprendere
che è dall’incontro con Gesù e dal rimanere in lui che finalmente si può compiere il destino di
un’umanità autentica in tutte le sue dimensioni. Sarebbe poco, oltre che impossibile, imitare un
esempio di servizio, avulso dalla comunione con la vita e con il mistero di Gesù.
Rischieremmo di essere come Pietro, incapaci cioè di comprendere quello che il Signore vuole
donarci, sottraendoci, per un malinteso senso di indegnità, alle sue attenzioni, oppure ritraendoci dal
suo amore per la paura di esserne eccessivamente coinvolti. Ma non dimentichiamo che… “se non
ti lascerai lavare i piedi, non avrai parte con me…” (cfr. Gv 13, 8). Il comandamento “nuovo”
dell’amore di Gesù deriva dal fatto che “egli ci ha amato per primo” (cfr. 1 Gv 4,19) e perché ci ha
“amato fino alla fine” (Gv 13,1), fine intesa non come termine cronologico ma come compimento,
come misura colma.


I piedi sono la memoria della grande storia di Israele, che in questa sera, come anticamente e al
tempo di Gesù, viene ancora proclamata: il testo dell’esodo ci ha raccontato di una partenza, inizio
di un lungo cammino di 40 anni, per giungere alla terra promessa. Il libro del Deuteronomio rilegge
quell’antico fatto così: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in
questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel
cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la
fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai
conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce
dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato
durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio,
così il Signore tuo Dio corregge te. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue
vie e temendolo” (Dt 8, 2-6). Si ricorda come il piede non si sia gonfiato durante i quarant’anni,
segno della premurosa provvidenza di Dio e del suo desiderio che il popolo “camminasse nelle sue
vie”.


L’ultima sera, prima della passione, Gesù, come abbiamo ascoltato dalle parole dell’apostolo Paolo,
consegna se stesso, in sacrificio di alleanza e di amore, nell’Eucaristia, che affida al sacerdozio
ministeriale. Nel grande sacramento dell’amore, fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa (cfr. SC
10), il Signore sarà presente fino alla fine dei tempi in mezzo al suo popolo come alimento di vita
nuova, compagno di viaggio nel pellegrinaggio terreno e caparra sicura della gloria eterna.

Gesù ha lavato i piedi agli apostoli e, in loro, ai credenti di ogni tempo, perché i loro piedi
avrebbero dovuto mettersi in viaggio per l’avventura della fede e della missione.
È da questo nutrimento e da questa compagnia che la vita cristiana trae origine e trova la capacità di
anticipare, nel provvisorio esodo del tempo, la grazia e la bellezza dei cieli nuovi e della terra
nuova, la vera terra promessa.


Dio lo aveva garantito per bocca del profeta Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete
purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo,
metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di
carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e
mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio
popolo e io sarò il vostro Dio” (Ez 36, 25-28). 


La vita cristiana è dono di grazia, e un cuore nuovo non è risultato di sforzo umano, ma frutto di un
reciproco “rimanere” di Gesù in noi e di noi in lui. Lo rappresenta bene quell’asciugatoio che, con
soavità, accarezza i piedi, lavati dal Maestro, e, nello stesso tempo, cinge Lui come un misterioso
destino, abbracciato volontariamente e per amore, che lo condurrà a dare la vita per la salvezza dei
suoi.


L’anelito alla pace, alla giustizia, alla prosperità e alla gioia trova risposta vera al banchetto della
vita, che il Signore ha preparato per la moltitudine dei credenti con il suo sacrificio.
La memoria del suo dono per la vita degli uomini lo rende realmente presente nella sua Chiesa,
popolo di sua conquista (cfr. 1 Pt 2, 9), mandato nel mondo per essere un sacramento e segno
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (cfr. LG 1).


La fede con cui ora ci accostiamo al santo mistero dell’Eucaristia sia per noi tutti, purificati nel
Battesimo, un lasciarci lavare i piedi da Gesù, un accettare che egli abbia cura di noi,
abbandonandoci con gioiosa fiducia e docilità al suo amore misericordioso; il nostro cuore scoprirà
la misura di un amore, che lo sorpassa infinitamente, che lo rassicura, qualunque cosa esso ci
rimproveri (cfr. 1 Gv 3,20) e che finalmente lo rende capace di obbedienza fedele alla santa legge di
Dio e di autentica carità verso i fratelli, soprattutto più poveri.


Impariamo a non disertare mai l’altare del sacrificio e la mensa della comunione, perché, senza
questo prezioso e indispensabile dono, ogni proposito di vita buona e ogni slancio di servizio
sarebbe, per usare un’efficace immagine dantesca, un desiderio che “vuol volar sanz’ali” (Par. 33).

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo


foto del Cav. Silvio Astini