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Omelia del Vescovo per San Secondo 2020

Oggi la nostra Chiesa è in festa per la ricorrenza di San Secondo, patrono di questa Città di Ventimiglia e della Diocesi.

Un saluto affettuoso a tutti voi, carissimi fedeli, a Sua Eccellenza Mons. Alberto Maria Careggio, Vescovo emerito, ai Confratelli Presbiteri e Diaconi e alle distinte Autorità: Sua Eccellenza il Signor Prefetto, il Signor Sindaco… e tutti i rappresentanti delle istituzioni civili, militari e politiche.

Festeggiare questo santo martire appartenente alla legione tebea è per tutti noi un invito alla fiducia e al coraggio. Lontano da noi nel tempo essendo vissuto nel IV secolo, egli è molto vicino per il mistero della comunione dei santi e per la costante attualità del suo messaggio e della sua testimonianza.

È particolarmente vicino a questa Città e Diocesi, che lo hanno scelto come patrono principale nel 1579 in occasione di una grave pestilenza, evenienza che fa risaltare opportunamente il bisogno di ricorrere alla sua intercessione anche in questo tempo di pandemia, come ricorderemo alla conclusione della celebrazione consegnando il premio “San Segundin” agli angeli del Covid-19.

Alla sua luce e sotto il suo potente patrocinio rinnoviamo la fiducia nell’amore di Dio, a cui, come abbiamo ascoltato dal libro di Ester, “nessuno può opporsi nella volontà di salvare il suo popolo”.

In tale confidente prospettiva affidiamo a San Secondo la Chiesa universale, che tanta persecuzione patisce anche oggi: cruenta in diverse parti del mondo, come in Cina e in molti paesi islamici, subdola, ma non meno feroce, per tanti attacchi ideologici nel sedicente civile e libero mondo occidentale, stretto nella morsa della dittatura del relativismo e del pensiero unico.

Niente di nuovo sotto il sole” ( Qo. 1, 9): si ripropone anche oggi la vicenda di tanti commilitoni della legione tebea perseguitati a motivo del loro rifiuto di sacrificare agli idoli di allora (imperatore compreso), si confermano le parole dell’apostolo Pietro proclamate nella seconda lettura “beati voi se anche doveste soffrire per la giustizia… non vi sgomentate, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.

Il nostro santo patrono oggi ci sprona alla parresìa, cioè alla franchezza coraggiosa di dire sempre la verità in ogni occasione, opportuna e non opportuna (cfr. 2 Tm 4, 2), non per spirito di polemica o per velleità bellicose, ma perché la testimonianza alla parola salvifica di Gesù costituisce un debito di fedeltà a Dio e di carità verso i fratelli, in quanto l’affermazione di Cristo poc’anzi proclamata nel Vangelo, “che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?”, ci rende responsabili della salvezza nostra e del prossimo.

E ancor oggi, dopo tanti secoli di cristianesimo, e forse più di ieri, il nostro mondo ha bisogno dello splendore della verità di Dio, ingolfato come si ritrova da tante miopi e illusorie alchimie per il conseguimento di una realizzazione mondana troppo spesso concepita e perseguita a prescindere da Dio o addirittura in aperta  e ostinata opposizione a lui.

Il deciso rifiuto di San Secondo di non inginocchiarsi davanti all’immagine dell’imperatore, gesto che anche umanamente ne esalta la tempra militare, oggi richiama tutti noi credenti a non piegarci nell’indifferenza o nell’assuefazione alle tristi derive dell’umanità. Penso alla violenta opera distruttiva della famiglia come concepita nel disegno di Dio, penso all’efferato e vile delitto dell’aborto, sbandierato come conquista di civiltà e recentemente aggravato da norme che lo facilitano e lo banalizzano al prezzo ipocrita di ulteriore solitudine della donna, penso all’abbandono educativo dei nostri giovani e alla negazione della libertà educativa dei genitori, penso ancora alle troppe tragiche povertà oppressive per tanti fratelli e sorelle vittime di sfruttamento, ingiustizia e indifferenza, penso infine allo scempio di gran parte del mondo dell’informazione sempre più asservito alle dittature ideologiche imperanti e balbettante mezze verità accomodate per l’imperatore di turno.

Il rifiuto di prostrarsi di San Secondo richiama alla memoria un grandioso testimone contemporaneo della fede: San Giovanni Paolo II. Con voce ferma e cuore indomito egli ripeteva: 

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata. Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorità di distruggere la vita non nata. Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio. Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio viene abbandonata all’egoismo umano, e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale. Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche, e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell’individuo ma anche per quello della società. Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l’energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia. Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto” (San Giovanni Paolo II, Omelia a Washington, Capitol Mall, 7 ottobre 1979). 

San Secondo sarebbe rimasto uno dei tanti soldati della gloriosa tradizione militare romana anonimi dimenticati; invece la sua fulgida testimonianza di fede non soltanto lo ha garantito nel ricordo dei posteri, ma resta un faro indicatore per il giusto rapporto tra la Chiesa e la storia del mondo, efficacemente e criticamente espresso dal Servo di Dio don Luigi Giussani: “La Chiesa è stata per molti secoli la protagonista della storia, poi ha assunto la parte non meno gloriosa di antagonista della storia. Oggi è soltanto la cortigiana della storia. Ecco: noi non vogliamo vivere la Chiesa come cortigiana della storia… Se Dio è entrato nel mondo non è per essere cortigiano, ma redentore, salvatore, punto affettivo totale, verità dell’uomo” (Luigi Giussani, L’avvenimento cristiano. Uomo Chiesa Mondo, Giussani, Bur, 2003).

Invochiamo San Secondo affinché conceda ai suoi devoti di riconoscere il primato di Cristo nella vita e nella storia, come ricorda anche il suo nome corrispondente ad un aggettivo numerale ordinale, secondo, come convinzione e stile di tutta un’esistenza: l’uomo trova autentica consistenza nel rapporto umile con Dio e non nel maldestro e assurdo tentativo di occuparne il primo posto. 

Ce lo rammentano le toccanti parole del salmo 8: “Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (vv. 4 – 7).

Al salmo fa eco il profeta Isaia: “Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me… Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto – oracolo del Signore – tuo redentore è il Santo di Israele. (Is 49, 14 – 16; 41, 14).

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo

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