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Omelia nella Festa di San Giuseppe

Carissimi Confratelli, Seminaristi e Amici,

mi viene spontaneo accostare il nostro incontro odierno al contesto del Cenacolo come cuore intimo della Chiesa e sono certo che anche ognuno di voi possa pensare, come me, di “aver desiderato ardentemente” (cfr. Lc 22, 15) questo momento di grazia e di incontro fraterno.

Oggi la Solennità di San Giuseppe ha un carattere speciale in relazione all’anno a lui dedicato e per l’apertura dell’Anno “Amoris Laetitia”, che assume una luce tutta particolare nella prospettiva dell’esperienza di fede dello Sposo di Maria.

Siamo qui, ai piedi del Custode del Redentore e Patrono della Chiesa universale, carichi delle tante fatiche umane e pastorali e molto provati da una pandemia così lunga e perniciosa; la sfiducia e lo scoramento fanno spesso capolino nella nostra vita sacerdotale quasi facendoci credere impossibile o inutile la missione ricevuta. Per questo oggi solennemente consacreremo la nostra Chiesa particolare di Ventimiglia – San Remo al glorioso San Giuseppe, pensando a tutti i figli della Diocesi e in modo particolare ai sofferenti, alle famiglie e ai ministri del Vangelo.

Con le parole del Beato Isacco, abate del monastero della Stella (Disc. 31), desidero rivolgere a noi tutti una calda esortazione a volerci davvero bene nel contesto familiare del nostro presbiterio: “Perché mai, o fratelli, siamo poco solleciti nel cercare le occasioni di salvezza vicendevole, e non ci prestiamo mutuo soccorso dove lo vediamo maggiormente necessario, portando fraternamente i pesi gli uni degli altri?… Ciò che nel mio fratello per qualsiasi motivo – o per necessità o per infermità del corpo o per leggerezza di costumi – vedo non potersi correggere, perché non lo sopporto con pazienza? Perché non lo curo amorevolmente, come sta scritto: I loro piccoli saranno portati in braccio ed accarezzati sulle ginocchia? (cfr. Is 66, 12)…. Egli con la sua passione si è addossato i nostri mali e con la sua compassione si è caricato dei nostri dolori (cfr. Is 53, 4), amando coloro che ha portato e portando coloro che ha amato. Invece colui che attacca ostilmente il fratello in necessità, o che insidia alla sua debolezza, di qualunque genere sia, si assoggetta senza dubbio alla legge del diavolo e la mette in pratica. Usiamoci dunque comprensione e pratichiamo la fraternità, combattendo la debolezza e perseguitando solo il vizio”.

Anche Papa Francesco lo ribadisce nella Lettera Apostolica Patris Corde: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr. Ap 12,10)” (n. 2).

L’esempio di San Giuseppe può efficacemente guidare la vita nostra e delle famiglie, tanto minacciata e provata da una diffusa mentalità materialista e scristianizzata, verso l’attenzione generosa alla volontà di Dio e al suo fedele compimento. Come anche oggi abbiamo sentito dal racconto evangelico, egli, attraverso il mistero di un sogno, si affida in pace al disegno di Dio nella concreta attitudine dell’obbedienza e della rinuncia ai propri progetti.

Il Cardinale Zuppi in un suo recente e prezioso testo scrive che “Frère Roger di Taizé amava ripetere: «Gesù non propone al discepolo: “Sii te stesso”, ma “Seguimi”». Da qui nascono la proposta e la necessità della conversione, del cambiamento, che è cercare di superare i confini inviolabili del nostro io, non per perdersi ma per trovarsi. È lotta indispensabile per uscire dal naturale egocentrismo, vera malattia che paralizza il cuore, insieme a tante altre, da cui occorre guarire” (M. Zuppi, Guarire le malattie del cuore).

Abbiamo vitale necessità di tornare alla fonte della nostra fede e della vocazione imparando a consegnarci al disegno di Dio, ai suoi tempi, ai suoi modi e anche alla decisiva rinuncia che tutto ciò esige: soltanto da un atteggiamento del genere ritroveremo linfa, forza e gioia.

Come San Giuseppe, pur nell’oscurità della notte e di circostanze incomprensibili, apparentemente quasi avverse, sapremo mettere a frutto le energie del cuore e le molteplici opportunità della vita, teatro della nostra missione e compito affidatoci; potremo e sapremo farlo soltanto se, per grazia fiduciosamente accolta e corrisposta, cammineremo “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12, 2). 

Ciò significa conoscere e riconoscere il “perché”, superando quella “solitudine epistemologica”, cui faceva riferimento un interessante articolo apparso su Il Regno (2/2021) a proposito della condizione attuale sacerdotale, vigilando affinché non ci accada di barattare lo splendore dell’inestimabile tesoro custodito nei nostri vasi di creta (cfr. 2 Cor 4, 7) con la logica miope del mondo, inesorabilmente logora da sempre perché figlia di colui che è menzognero e omicida fin dal principio (cfr. Gv 8, 44).

Le risorse, le opportunità, gli incontri e le molteplici energie, che animano la nostra esistenza restano incapaci di generare bene e gioia se si offusca l’orizzonte di senso donatoci da Cristo; lo dice bene Seneca nelle sue Lettere a Lucilio (lettera 71): “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”; “Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare”.

Quanti sono, fratelli e amici miei, i venti e le tempeste che ci tormentano: tentazioni, divisioni, egoismi, mode e pretese; impariamo a resistere rimanendo nell’abbraccio del Padre, come ci suggerisce Isaia: “Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza», aggiungendo purtroppo: “Ma voi non avete voluto…” (Is 30, 15).

Al termine di questa santa celebrazione eucaristica una rappresentanza dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare, in occasione dell’apertura dell’Anno “Amoris Laetitia”, vi consegnerà la ”Istruzione sulla preparazione al Matrimonio”, oggi promulgata, e, insieme ad essa, vi offrirà un mio simbolico dono: una piccola statua di San Giuseppe dormiente, a cui anche Papa Francesco ha fatto riferimento raccontando come egli affidi all’intercessione del Santo le questioni più difficili mettendole “a dormire” sotto la statua.

Sotto questa statua, insieme a tutto ciò che preoccupa e affatica il vostro cuore, mettete anche il mio nome, come io farò con il vostro,  – non perché siamo tormento gli per gli altri! – affinché San Giuseppe ci insegni e ci rassicuri che il Signore veglia su di noi, che il nostro nome è scritto sul palmo della sua mano (Is 49, 16), che, come dice un bel testo di Bepi de Marzi, “chi spegne il giorno conosce bene il sole… chi spegne il giorno conosce i nostri sogni” (Improvviso).

Cari amici, non ho voluto tanto farvi una predica, quanto piuttosto condividere un po’ del mio cuore della mia preghiera, di ciò che più profondamente credo e spero per me stesso e per voi; desidero chiudere con un testo poetico, scritto prima della sua conversione nel 1920, di un sacerdote rosminiano, Clemente Maria Rebora (1885-1957), testimone quanto mai efficace di quanto il cambio di paradigma e di sguardo possa rinnovare e trasformare la vita:
Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo