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Omelia per la festa di San Leonardo da Porto Maurizio – Imperia

Omelia per la festa di San Leonardo da Porto Maurizio

Imperia, 26 novembre 2021.

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia la pace” (Is 52, 7).

Carissimi, le antiche parole del profeta Isaia, accompagnano oggi noi tutti ad accostare ancora, con gioiosa fiducia, San Leonardo da Porto Maurizio, che trent’anni or sono, come oggi, in Piazza della Vittoria fu solennemente proclamato Patrono della Città di Imperia dal Card. Giovanni Canestri, Arcivescovo Metropolita di Genova, e dal Sindaco Claudio Scajola.

Desidero innanzitutto rivolgere un affettuoso pensiero a S. E. Mons. Guglielmo Borghetti, pastore di questa Chiesa, e ringraziarlo per l’invito a presiedere questa celebrazione rivoltomi insieme al Parroco Mons. Lucio Fabbris, che saluto insieme a tutti i Confratelli Presbiteri e Diaconi presenti. Porgo un deferente saluto a S. E. il Signor Prefetto, al Sindaco e al Questore di Imperia, e a tutte le Autorità militari, amministrative e politiche. Con particolare calore dico ai fedeli tutti la mia gioia di essere qui, nella mia terra e nella mia Chiesa di origine, a condividere la grazia di questa festa.

La figura di San Leonardo, coraggiosa e austera, così lontana dalla sensibilità del mondo e – dobbiamo riconoscerlo – anche dallo stile religioso contemporaneo, evoca nel cuore una nostalgia di bene e di autenticità.

Racconta Kafka nella sua opera “Il messaggio dell’imperatore”: “L’imperatore ha inviato a te, singolo individuo, miserabile suddito, ombra minuscola fuggita dall’abbagliante sole imperiale nelle più remote lontananze, proprio a te ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.

Al di là delle differenze sostanziali rispetto al tema della salvezza cristiana, colpisce come il contesto di partenza sia “il letto di morte”, tema essenziale del mistero redentivo di Cristo e cuore appassionato della predicazione di San Leonardo. Egli mise al centro della sua intensa predicazione la passione di Gesù e il tema delle realtà ultime e definitive, chiamate dal catechismo della Chiesa cattolica i “novissimi”, insistendo sul fatto che il pensiero consapevole circa la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso, costituiscano una potente prevenzione del peccato personale e sociale.

C’è una costitutiva relazione, che lega l’uomo al disegno di Dio, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: in Cristo siamo “eredi e predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria”.

San Leonardo spese l’intera sua esistenza, plasmata da una fede forte e passionale, a ricordare ai fratelli in umanità l’esigenza primaria e imprescindibile di riconoscere, coltivare e assecondare il rapporto fondamentale con Dio, annunciando con coraggiosa e lucida franchezza il tema del giudizio e del destino eterno d’ogni uomo e ammonendo, che, pur predestinati alla gloria, abbiamo anche la triste possibilità di rifiutare il dono e di orientarci all’eterna dannazione.

Temi questi, che oggi si vorrebbe rimuovere come pericolosi disturbi, di un altrettanto pericolosa anestesia della coscienza; temi ripresi dal salmo 127, che abbiamo pregato poc’anzi, dove si ripete insistentemente il termine “invano” (in ebraico significa “vuoto”) per indicare come l’esclusione di Dio dalla vita umana e dalle sue attività generi inconsistenza. Invano si lavora, invano si costruisce, invano si vigila sulla città, se il Signore è abbandonato come fonte di vita, di senso e di luce.

La lezione sapienziale del salmo contrappone il “vuoto” della presuntuosa autosufficienza umana alla “consistenza” derivante dalla relazione con Dio, di cui parla il testo della lettera agli Efesini. Il termine “gloria” evoca infatti il concetto di “peso”, cioè il valore autentico della vita, delle attività e del destino.

San Leonardo avvertì profondamente il rischio che la comunità umana, distratta da miraggi illusori di emancipazione scientifica, tecnologica, culturale ed economica, potesse smarrire il senso vero e pieno della vita, come anche scrive più anticamente San Cipriano: “Non dobbiamo fare la nostra volontà, ma quella di Dio. È una grazia che il Signore ci ha insegnato a chiedere ogni giorno nella preghiera. Ma è una contraddizione pregare che si faccia la volontà di Dio, e poi, quando egli ci chiama e ci invita ad uscire da questo mondo, mostrarsi riluttanti ad obbedire al comando della sua volontà! Ci impuntiamo e ci tiriamo indietro come servitori caparbi. Siamo presi da paura e dolore al pensiero di dover comparire davanti al volto di Dio. E alla fine usciamo da questa vita non di buon grado, ma perché costretti e a forza. Pretendiamo più onori e premi da Dio dopo che lo incontriamo tanto di malavoglia!   Ma allora, domando io, perché preghiamo e chiediamo che venga il regno dei cieli, se continua a piacerci la prigionia della terra? Perché con frequenti suppliche domandiamo ed imploriamo insistentemente che si affretti a venire il tempo del regno, se poi coviamo nell’animo maggiori desideri e brame di servire quaggiù il diavolo anziché di regnare con Cristo?” (Trattato sulla morte, cap.18).

Nello stile della propria epoca e secondo i tratti della sua indole, San Leonardo lanciò un allarme, scegliendo anzitutto di donare l’intera propria vita al servizio del Vangelo, in meravigliosa attuazione di quanto abbiamo appena ascoltato dalle parole di Gesù.

Percorse instancabilmente l’Italia con lo stile di San Francesco, di cui volle essere figlio e discepolo e che diceva ai suoi frati: “Predicate il Vangelo, se necessario anche con la parola”, facendo delle sue energie e del suo tempo un dono per tutti, nella penitenza, nell’esemplarità della vita e nel costante annuncio della Parola di Dio.

Lo fece condividendo lo sguardo positivo di Gesù: “la messe è molta”, parole incoraggianti, indicative non di contrapposizione per la condanna, ma piuttosto di delicata intuizione che il germe del bene e della gioia nascosto da Dio in ogni cuore necessita di attenzione, di accompagnamento e cura, di luce e fiducia per poter germogliare e fruttificare.

San Leonardo, sacerdote e religioso, amò intensamente la messe della sua epoca, capendo che doveva essere pastore di un gregge, la Chiesa, che appartiene al Signore; e che doveva lavorare in un campo, il mondo, che è di Dio.

La cruda essenzialità della sua predicazione e la fermezza dei suoi modi oggi ancora dicono, a noi e a tutti, che Dio ci ama e lo fa con premura, con vigore e con fedeltà.

Avrebbe voluto partire per la lontana Cina, come più tardi farà un altro francescano della nostra regione, San Giovanni Lantrua, poi martire in quella terra, ma il Card. Colloredo disse a San Leonardo: “La tua Cina sarà l’Italia”; parole che orientarono in modo diverso il fortissimo slancio missionario del giovane francescano figlio della nostra terra.

Oggi San Leonardo ripete le stesse parole a noi tutti, sia pastori, sia responsabili della cosa pubblica, sia figli della Chiesa e cittadini del nostro Paese e del mondo intero, chiamati a contribuire alla costruzione d’una società integralmente umana e – dunque – anche cristiana, nella misura in cui siamo umilmente consapevoli che “è Cristo che rivela pienamente l’uomo all’uomo”, come ricorda la costituzione conciliare Gaudium et Spes (cf. G.S. 22).

Il “13° rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel mondo”, edito dall’Osservatorio Card. Van Thuân, mostra, ad esempio, che oggi si tenta di esportare nel mondo un modello complesso, contradittorio e rischioso, fatto di capital-socialismo e insieme di controllo sociale, un “socialismo finanziario” congiunto ad assalti alla proprietà privata; un annacquamento della democrazia e un tentativo di superare le religioni storiche con un’unica religione globalizzata; una commistione dello “spirito di Davòs” con comunismo, ateismo e materialismo. Tale subdola e insieme ferrea ideologia sta penetrando nella cultura occidentale ed europea, in forte crisi di identità.

In un contesto culturale e sociale così fragile la fede virile di San Leonardo ci faccia riscoprire che “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore, di saggezza” (2Tim 1, 7).

Siamo invitati a restare saldamente radicati nella Tradizione cristiana, nella pratica della Fede e nella generosa disponibilità per una nuova evangelizzazione, cui ci hanno insistentemente chiamato i Papi della nostra vita e che il Sinodo universale, proposto ora da Papa Francesco a tutta la Chiesa, ci affida come compito per essere sale, luce e lievito del mondo secondo la parola del Vangelo.

San Leonardo, ci svegli dal sonno e preghi per noi!

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo