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Omelia per l’ordinazione di don Fabrizio e don Enzo

Ordinazioni presbiterali – 7 dicembre 2021

Basilica Concattedrale di San Siro – Sanremo

Carissimi,

in questo giorno, ormai al cuore dell’avvento, in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica di Sant’Ambrogio, battezzato e consacrato Vescovo di Milano proprio il 7 dicembre del 374, la nostra Chiesa di Ventimiglia – San Remo, anticamente e per tanto tempo legata alla Chiesa ambrosiana, è in festa per l’ordinazione presbiterale di due suoi figli. 

Il percorso vocazionale di don Fabrizio e di don Vincenzo è, per qualche aspetto, simile a quello di Sant’Ambrogio, che, dopo una soddisfacente carriera professionale, per singolare e curiosa disposizione della divina volontà, ancora catecumeno, è stato chiamato alla cattedra episcopale di Milano.

Anche voi, carissimi ordinandi, avete scoperto che l’amore di Dio vi ha guardato con speciale predilezione, chiamandovi al suo servizio, ed avete risposto con gioia.

Due peculiari percorsi, i vostri, accomunati dal marcato accento posto sull’attitudine a “lasciare”, trama squisitamente evangelica di ogni avventura di fede e di ogni vocazione.

Per te, don Fabrizio, l’invito a lasciarti alle spalle un ambito tutto luccicante di carriera mondana: ti esorto ancora a perseverare nella risposta senza rimpianti e fuggendo dalla tentazione di trattenere o recuperare qualcosa.

Per te, don Vincenzo, la faticosa  – e ricca – esperienza della malattia, che ti esorto a considerare sempre segno di speciale benevolenza da parte del Signore e il suo modo di prepararti alla missione.

I testi della Parola di Dio, poc’anzi ascoltati, ci parlano dell’amore del Signore, evidenziandone un tipico e sorprendente aspetto: la tenerezza.

Il testo di Isaia è un appello alla consolazione di un popolo così stremato dall’angoscia da essere ormai quasi sordo ad ogni annuncio di bene, tanto che  il messaggero deve “gridare” al cuore di Gerusalemme che è finita la sua schiavitù (cfr. Is 40, 1-2).

La promessa della sollievo è accompagnata da una delicatissima immagine: il pastore che “fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40, 11), figura ripresa dalla breve parabola, quasi paradossale, ascoltata  dal Vangelo di Matteo.

Chi mai lascerebbe novantanove pecore sui monti – risorsa preziosa per un pastore – per mettersi alla ricerca di quell’unica smarrita?

Gesù gioca proprio sulla sproporzione della condotta del pastore per dare la misura di un amore esagerato, al di là di ogni pretesa e aspettativa.

Si tratta dell’amore di Dio, rivelato in Gesù; di quell’amore che sta all’origine della nostra chiamata e che oggi vi chiede di servire alla missione della Chiesa con lo stesso slancio e con la stessa esagerata misura.

Sulla splendida grazia del Battesimo, che vi ha un giorno incorporato alla Chiesa, mistero di comunione fraterna, si innesta oggi per voi una speciale conformazione a Cristo, capo del suo corpo, non per collocarvi in una posizione di dominio o di superiorità, ma piuttosto per farvi stare in ginocchio davanti a Lui e davanti ai fratelli, cinti di un asciugatoio e con il catino tra le mani, come ha fatto Gesù la sera in cui ci ha lasciato il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, anticipando quanto esistenzialmente si sarebbe compiuto il giorno successivo.

Nel quadro complessivo di un popolo tutto sacerdotale, profetico e regale, voi venite consacrati per il ministero sacro, termine che evoca il farsi “minus”, cioè più piccoli.

Come suggerisce il titolo dell’ultimo libro di Papa Francesco, donato a tutti i preti dalla Conferenza Episcopale Italiana in segno di gratitudine, “Guardare verso l’alto, guardare verso l’altro”, voi potete ben capire come la vostra totale consacrazione al Signore Gesù comporti una disponibilità ad offrirvi senza riserve per il servizio del suo popolo, con gli stessi sentimenti del suo cuore.

Richiamando le parole dell’apostolo Paolo, vi invito a “non fare da padroni sulla fede dei fratelli, ma ad essere invece  i collaboratori della loro gioia” (cfr. 2 Cor 1, 24).

Il cammino sinodale ricorda che la fraternità è la base ed è più importante di ogni ruolo; il ministero sacro si pone infatti a servizio della crescita di tutti i battezzati: da qui autenticamente deriva il termine autorità,  dal verbo latino “augēre”, cioè “far crescere”.
Come Gesù, imparate a vivere la piena obbedienza alla volontà del Padre per un’appassionata e autentica vicinanza agli uomini.

Continuerete a vivere nel mondo, pur non appartenendo al mondo come tutti i cristiani, e dovrete annunciare a tutti la vocazione alla santità, facendo della vita quotidiana il luogo sacro dell’incontro con Dio e offrendola a Lui come sacrificio gradito.

Come Gesù ha offerto il sacrificio supremo della vita “fuori delle mura” per la nostra salvezza, facendo del contesto più profano e immondo il luogo più sacro, così anche la vostra frequentazione ed il vostro servizio nel mondo siano il segno della presenza di Dio, che abita in mezzo al suo popolo e della sua potenza che salva.

Da Sant’Ambrogio imparate una piena dedizione al vostro ministero per il bene degli uomini a voi affidati: continuate a scrutare la Parola di Dio e la dottrina per essere buone guide del nostro popolo, non piegatevi alle mode o ai poteri del mondo per essere pastori autentici e non mercenari; siate disponibili e generosi con tutti condividendo le vostre risorse, le energie e soprattutto il tempo a vostra disposizione.

Accogliete chiunque vi cerchi senza farvi desiderare e senza fretta, soprattutto i più poveri nel corpo e nello spirito; in ogni incontro e in ogni relazione ognuno possa trovare in voi un padre e un fratello, che accoglie, ascolta, consola, corregge e sostiene.

Il Signore crocifisso, Maestro e Servo di tutti, sia l’esempio e il modello di riferimento, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: “conveniva che Dio rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. Infatti colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli” (Eb 2, 10-11).

Anche voi non vergognatevi mai di chiamare e considerare fratelli tutti quelli che il Signore metterà sul vostro cammino e per i quali oggi voi consegnate la vita nel presbiterato. Non dimenticate, come scrive Giovanni nella prima lettera, che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto fonte di gioia per lo stesso apostolo: “queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena” (1 Gv 1, 4).

Non disprezzate mai la fragilità, la debolezza o i limiti dei vostri fratelli. Chiunque, smarrito o addirittura disperato, sappia che in voi potrà sempre trovare un amico. Coltivate la consapevolezza di essere “espropriati” della vita e di tutto il resto per il Regno di Dio e mostratelo con i fatti a quelli che incontrerete sul vostro cammino. Ai più piccoli e ai più poveri non lasciate soltanto le briciole del vostro tempo e delle vostre energie; anche se i più fragili sanno sempre accontentarsi, non approfittate mai della loro debolezza e della loro pazienza per dedicarvi ad altre situazioni e persone magari immediatamente più gratificanti.

Ricordate quello che scrive l’apostolo Giacomo: “Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero! Non sono forse i ricchi che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono loro che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?”(Gc 2, 1-7).

Cari don Vincenzo e don Fabrizio, non vergognatevi mai dei poveri, degli umili, della vostra gente.

Sono uomini e donne, “per i quali Cristo è morto” (cfr. 1 Cor 8, 11): essi saranno qui, in terra, “vostra gioia e vostra corona” (cfr. Fil 4, 1) e, domani, nella casa del Padre, condivideranno con voi il premio eterno preparato per tutti quelli che ascoltano e servono il Signore Gesù.

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo

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