Cultura

Percorso

Parlare di fondamentalismo non è semplice per una molteplicità di motivi. Innanzitutto perché è difficile definire questo atteggiamento e poi, per assurdo, proprio per il motivo che un uomo di fede, quando sia realmente tale, non può che essere radicato con forza in ciò che testimonia.
«Allora fondamentalismo è un’etichetta che tocca tutti», ha detto in modo provocatorio Andrea Morigi, relatore dell’appuntamento diocesano mensile denominato «Percorso» di lunedì scorso svoltosi nella sala Giovanni Paolo II della curia diocesana a Sanremo.
Dobbiamo intanto riconoscere che esistono fondamentalismi di tipo politico, come drammaticamente ha rivelato il secolo passato, avvelenato dai regimi totalitari, ma anche come, in modo assai evidente, propone oggi la nostra società.
Un discorso particolare merita l’Islam (pur nella sua complessità) quando per sua stessa natura tende a legare strettamente stato e religione. Un altro esempio chiaro è dato da quelle nazioni che, negando la più elementare libertà religiosa, prevedono la pena di morte per gli apostati.
Ovviamente queste sono situazioni estreme e non tutti gli islamici sono fondamentalisti.
Ricordiamo quello che accadde quando papa Benedetto XVI pronunciò il famoso discorso di Ratisbona nel quale ribadiva come, per il cristiano, l’uso della ragione sia irrinunciabile e come agire senza ragione sia contrario al modo di essere di Dio.
Le polemiche e le violenze seguite a quell’intervento sono la prova più evidente di atteggiamenti fondamentalisti e violenti.
«E neppure il laicismo può essere l’antidoto al fondamentalismo», afferma Morigi, «come dimostra il caso della Francia che della laicità ha fatto la sua bandiera ed è attaccata addirittura dal suo interno. Questa ricetta non funziona».
Al contrario, «una modernità aggressiva che voglia abolire il sentimento religioso provoca danni gravissimi e alimenta fughe verso i più strani spiritualismi».
Papa Francesco ci aiuta a capire che la società va riformata.
«Non si può separare la fede dalla vita. Siamo chiamati a costruire un mondo diverso ripartendo dalla dottrina sociale della Chiesa. Come conciliare questo difficile rapporto tra la vita e la fede in una situazione nella quale lo stesso cattolico non sa come muoversi? Occorre un programma di evangelizzazione della società che superi i limiti di una formazione insufficiente, di un’incapacità propositiva e di un atteggiamento difensivo».
La conclusione per Andrea Morigi è evidente: «Una società, per essere ispirata cristianamente, richiede una presenza attiva e consapevole. Non si può giocare solo in difesa».