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Sacro Cuore – Omelia per la giornata dei Sacerdoti

11 Giugno 2021

GIORNATA della SANTIFICAZIONE SACERDOTALE

Solennità del Sacro Cuore di Gesù
Bordighera, 11 giugno 2021.

Eccellenza, carissimi Confratelli Presbiteri e Diaconi, carissimi Seminaristi,


innanzitutto grazie per aver accolto l’invito a partecipare a questo momento di preghiera, di
condivisione e di amicizia: si tratta di un’occasione assolutamente preziosa e significativa per il
nostro presbiterio e per il cammino spirituale di ciascuno.


Desidero cogliere un’espressione di speciale intensità tratta dalla prima lettura e riferirla alla nostra
vocazione: “il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri
popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli –, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto
mantenere il giuramento fatto ai vostri padri: il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha
riscattati liberandovi dalla condizione servile” (Dt 7, 7-8).

È in questa fiducia che, pur appesantiti dai limiti e dalle fatiche, oggi riguadagniamo gioiosamente
la strada dell’incontro con il Cuore di Gesù per “trovare ristoro per la nostra vita” (cfr. Mt 11, 29),
radunati nella consolante esperienza di “quanto sia bello e soave che i fratelli stiano insieme” (cfr.
Sal 133), secondo l’espressione di uno dei canti delle ascensioni a Gerusalemme.


Il testo della prima lettera di Giovanni, proclamato nella seconda lettura, è per noi di
sorprendente attualità e di potente forza di discernimento. Giovanni scrive questa lettera a comunità
cristiane duramente provate: cristiani che abbandonano la Chiesa ed errori di fede pericolosi per i
credenti. Alcuni uscivano contestando la fede, in particolare in Gesù, vero uomo e vero Dio.
Costoro da Giovanni sono definiti “anticristi” (1 Gv 2, 18-19).

La durezza di linguaggio proviene dal fatto che la scissione provocava non solo sofferenze, ma
anche dubbi e perplessità nei credenti. La solitudine, anche nella nostra vita sacerdotale, è quasi
sempre sorgente di un senso di colpa.


Lo scopo non era di bollare quelli che se ne andavano, ma piuttosto confermare quelli che
rimanevano; un criterio per il tempo presente: anche le nostre comunità perdono fedeli…
Spesso la divinità veniva immaginata come la proiezione di ideali umani ed è così anche oggi: si
genera il dubbio che la religione sia una produzione umana e non un rapporto con il Dio
trascendente.


Per la società la religione ha una valenza relativamente scarsa. L’impressione inconscia è che le
attività della fede non abbiano un’importanza decisiva.
Siccome noi nell’annuncio del Vangelo ci mettiamo la vita, l’incertezza interiore che quello che
facciamo non sia così prezioso, ci logora, ci rende meno capaci di sacrifici e di entusiasmo.
Il testo della seconda lettura ha voluto ribadire che quello che viviamo è davvero comunione con
Dio, pienezza di vita, vita eterna: questo è il messaggio della 1 lettera di Giovanni.
Il tema dell’amore ritorna più volte nella lettera; l’autore ha costruito una progressione su questo
tema.


Prima l’amore è un comandamento, poi si identifica con la vita di Gesù, che è il modello (l’amore
fraterno nasce dal desiderio di far entrare Gesù come modello della vita), infine arriva all’origine
ultima, cioè l’amore del Padre. Qui fede e amore si fondono in un unico atteggiamento: abbiamo
creduto all’amore (1 Gv 4, 16).
Siamo di fronte ad una delle più clamorose definizioni di Dio; i pagani vedevano gli dei come amati
e amabili, in ragione della perfezione delle virtù, ma mai come amanti. “Ecco quel cuore che ha
tanto amato gli uomini!”.
Dio ha scelto il suo popolo per amore, come abbiamo sentito nel Deuteronomio: ecco perché per
tradurre amore è stato necessario un termine che superasse il concetto di eros, cioè agape. Il vero

amore cristiano è soltanto agape, amore che ama il misero abbassandosi.
“Amatissimi”: questa è la nostra identità più vera; amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da
Dio. Se uno vive di questo amore, sa che tale capacità viene da Dio in quanto il cristiano è stato
rigenerato da Dio. All’origine c’è Dio che dice a noi: “é bello che tu esista”.


Si può dire che Dio è amore perché ha creato il mondo, ma la rivelazione piena sta nella missione di
Gesù, perché il mondo possa essere riempito della vita che viene da Dio. Nella croce Dio distrugge
il peccato del mondo e apre la possibilità di entrare nella sfera dell’amore di Dio.
L’amore di Dio è creativo, non risponde alla nostra amabilità, ma la crea e la precede. Se c’è in me
qualcosa di buono è per lo sguardo creativo di Dio.

Il comando di amare ci sembra un paradosso: se possiedi l’amore, va bene, diversamente è inutile.
Puoi esprimere solidarietà, ma non amore.


Avremmo ragione a dire questo se non avessimo sentito che “se Dio ci ha amato anche noi
dobbiamo amarci…” (1 Gv 4, 11). Abbiamo la possibilità di amare a partire dal fatto di essere stati
amati da Dio; egli ci da la forza dell’amore fraterno amandoci, la produce dentro di noi.
Nell’amore con cui noi amiamo gli altri si perfeziona l’amore con cui Dio ci ama: è come un
cerchio virtuoso.
Ciò è decisivo in vista dell’evangelizzazione: “siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il
mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).


Oggi l’uomo fa più fatica a leggere teologicamente la creazione e la natura perché condizionato
dalla scienza e quindi occorre dare una testimonianza diversa.
Rimane fondamentale la mediazione dell’amore; quando è autentico non è spiegabile secondo la
logica. Giovanni lo spiega così: quell’amore oblativo, che si riscontra nell’uomo viene da Dio, si
riconduce all’effusione dello Spirito Santo. “Guardate come si amano!”, ricordava Tertulliano  (Ap.
39). In tale contesto possiamo ricordare At 4: “ la moltitudine di coloro che venivano alla fede…
tutti godevano di grande simpatia… con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della
risurrezione di Gesù… nessuno tra loro era bisognoso” (At 4, 32-35).


“Con grande forza” non allude all’aspetto retorico persuasivo, ma all’atteggiamento caritatevole dei
cristiani, che arrivava fino a mettere in comune i beni. Vero è che questa immagine di comunità non
è durata nel tempo, ma è pur vero che, dove ci sono dei cristiani, vengono fuori comportamenti del
genere perché nei cristiani c’è qualcosa di nuovo e di forte: la fede nel Risorto.


La fede in Gesù è così efficace che produce comportamenti “creativi”
Pensiamo quanto questo sia bello è possibile in un presbiterio…, nel nostro presbiterio…
L’amore con cui Dio ci ama è lo Spirito Santo, e questo Spirito diventa in noi sorgente dell’amore
fraterno. Nella vita cristiana il rapporto con Gesù è il rapporto che viviamo nello Spirito e non è
possibile un’esperienza dello Spirito senza Gesù.


Senza Spirito Gesù appartiene al passato, e se lo Spirito non è legato all’esperienza umana di Gesù,
si riduce ad essere una sorta di “ energia” astratta, potente e anarchica.


San Paolo in Rm 5, 5 afferma che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello
spirito Santo che ci è stato dato”. Quello Spirito ha la forma umana di Gesù e si lega con il suo
comandamento. Dove arriva lo Spirito, la vita e il mondo prendono la forma di Gesù.


Incarnazione per lo Spirito, consacrazione per la potenza dello Spirito; sempre dove lo Spirito
agisce e può agire suscita somiglianza a Gesù… quando ciò accade, scompare il timore del castigo.
Il cammino è un itinerario di crescita nella fiducia, non perché siamo perfetti, ma perché confidiamo
nel Signore.


La prima lettera di Giovanni conclude conducendo ad un atteggiamento semplice e concreto:
seguire Gesù.
“Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio.
E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.
Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!” (1 Gv 5, 20-21).


Nel cuore di Gesù poniamo fiduciosi tutta la nostra vita e domandiamo insieme, gli uni per gli altri,
la grazia di “avere in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (cfr. Fil 2, 5).

+ Antonio Suetta


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