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Lectio Divina

Venerdì 3 febbraio si è tenuta a San Remo la lectio divina diocesana proposta dal vescovo Antonio Suetta. La comunità in preghiera è stata invitata alla meditazione di tutto il capitolo 15 di Luca proclamato suddiviso nelle pericopi principali alternate a canti liturgici e salmi in un crescendo che ha portato al figliol prodigo e alla grande festa che scaturisce dal perdono. La meditazione ha subito evidenziato il clima di peccato che apre il capitolo, quello dei farisei che peccano di mormorazione contro il Maestro che passava tempo, mangiava e ascoltava gli altri peccatori e i pubblicani. «Davanti allo scandalo dei farisei, Gesù risponde con le tre parabole della misericordia per annunciare la salvezza. La prima ci racconta una risposta che nessuno di noi si sognerebbe di dare. Infatti non lasceremmo le 99 pecore rimaste nel pascolo per cercare quella perduta. Non così per Dio il cui amore personale per i suoi figli è una realtà personale ed univoca».
E che non si ferma davanti a nessun ostacolo per ritrovarci, come ci racconta la donna che mette sottosopra la casa per trovare la dramma persa. Di nuovo il contesto del peccato apre la terza storia del padre con i due figli: «Qui assistiamo ad un orgoglio di autosufficienza. Per il figlio minore il Padre è come morto, tanto che arriva a chiedergli quello che gli spetterebbe alla fine reale e non solo affettiva della sua vita. Il Padre lascia libero quel figlio che sperimenta allora la fuga conquistata pur non avendone bisogno e che lo porta verso il baratro, a vivere con i maiali impuri».
Questo non sembra di fatto con- vertirlo finché non comincia a rientrare in se stesso. Commenta il vescovo: «Non siamo ancora nella conversione ma nella nostalgia del cuore. Ricorda la casa del Padre ma perché ha fame. Siamo davanti ad una attrizione per quello che si è perso. Due sono le occasioni che ci fanno scappare dai peccati che altrimenti coccoliamo perché li abbiamo troppo frequentati: quando ne riceviamo un danno o quando ci scoprono. E qui è la prima delle due, il figlio che vuole recuperare perdite ma non ancora l’amore paterno.
Con queste pretese fa pertanto ritorno. E trova il padre che lo aspetta: è forse il momento in cui emerge l’assenza della figura della madre in quella famiglia. Ma se manca la madre è vero amore materno quello che prova il papà buono sentendo compassione per il figlio. Al ragazzo che lo voleva morto il padre risponde che invece lui lo vuole vivo. E qui il giovane si converte, perché trova qualcosa che non aveva e di cui sente di aver bisogno: un amore vero e sincero». La meditazione si conclude con uno sguardo al secondo figlio; perché se il minore è la pecora sperduta fuori pascolo, il figlio maggiore è la dramma smarrita, colui che si è perso dentro la casa e che non è poi dissimile dall’altro: «Anche lui aspetta un capretto, desidera qualcosa che indica una festa con i suoi amici ma senza il Padre. E anche a lui il Padre offre la stessa parola di riconoscimento «figlio» che ha appena convertito il ragazzo tornato.

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