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Omelia del Vescovo per “San Secondo” 2021

Ventimiglia, 26 agosto 2021.

Oggi la nostra Chiesa è in festa per la ricorrenza di San Secondo, patrono di questa Città di Ventimiglia e della Diocesi.

Un saluto affettuoso a tutti voi, carissimi fedeli, a Sua Eccellenza Mons. Alberto Maria Careggio, Vescovo emerito, ai Confratelli Presbiteri e Diaconi e alle distinte Autorità: il Signor Sindaco e tutti i rappresentanti delle istituzioni civili, militari e politiche.

Il ricordo del santo martire appartenente alla legione tebea è per tutti noi un invito alla fiducia e al coraggio: lo sentiamo particolarmente vicino a questa Città e Diocesi, che ancora affidiamo al suo patrocinio.

Il testo evangelico proclamato ha rinnovato l’invito ad una sequela di Gesù decisa e audace, che comporti scelte di vita saldamente collegate al dono della fede e una limpida testimonianza del vangelo.

La testimonianza dei credenti e dei martiri, può essere compresa solo alla luce di quella di Cristo. La testimonianza più preziosa del testimone fedele è l’amore di Dio. Gesù ha insegnato a declinarlo concretamente nella vita a partire dal suo esempio e dalla sua predicazione: Padre, perdona perché non sanno quello che fanno. Venga il tuo Regno! Perdona i nostri peccati così come noi perdoniamo coloro che ci offendono.

Il martirio, testimonianza suprema, è davvero il culmine del cammino del discepolo. Possiamo anche  non morire di morte violenta come accaduto a San Secondo, ma nella vita cristiana, se autentica, dobbiamo comunque accettare la possibilità che questo avvenga in modi diversi, altrettanto dolorosi e violenti.

Gesù lascia chiaramente intendere che là dove si rivela la presenza di Dio, compare anche la divisione: ciò contesta clamorosamente un pacifismo irresponsabile e sterile oggi tanto diffuso. Infatti, chi vuol essere vero discepolo del Cristo crocifisso, deve mettere in conto una morte come la sua; chi davvero lo segue, anche inconsapevolmente, diventa causa di divisione proprio come la sua Parola, che “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12). 

San Secondo ha sperimentato, come soldato fedele e cristiano verace, questa ineludibile reazione nel contesto della sua legione.

Il martirio è l’attestazione più compiuta della sequela di Gesù. Il discepolo testimone non può seguire il Cristo incamminato al Calvario “da lontano” (cfr. 22, 54), come faceva Pietro, ma si coinvolge nell’avventura di Cristo: ai discepoli Giacomo e Giovani, che chiedevano di sedere accanto a Lui, nella sua gloria, Gesù propone concretamente di “bere il calice” che egli stesso sta per bere, il calice della passione (cfr. Mc 20, 22). San Secondo è stato legionario, testimone della verità, come cantiamo nel suo inno. Testimone è il discepolo che partecipa al processo del Maestro ponendosi accanto a lui e dalla sua parte; è sempre dietro l’angolo infatti la tentazione per il discepolo di mettersi dalla parte del mondo, cedendo alle sue lusinghe o alla paura. Può crescere, con il passare degli anni, con la pervasività di una mentalità secolarizzata e con tante apparenti sconfitte il dubbio che Gesù non sia la verità, non una qualsiasi verità, ma la Verità. Il grande rischio a cui siamo esposti è l’indifferentismo, una sorta di bazar delle idee e delle religioni dove sceglie a piacimento secondo la moda del momento o il tornaconto immediato.

Finché la tentazione si manifesta come opposizione esterna – la classica persecuzione – può anche infondere coraggio, mediante la grazia di Cristo, che mai ci abbandona. Diventa più pericolosa quando, più che dall’esterno, spunta dal nostro cuore. Allora si insinua pericolosamente il dubbio che la via di Cristo non sia la verità, non conduca alla gioia e non sia l’unica possibilità per “guadagnare la vita”.

Il cristiano, di fronte ai cosiddetti “poteri forti”, oggi tanto scatenati e tanto sconsideratamente poco temuti, è testimone della regalità di Gesù: “Il mio regno non è ‘da’ questo mondo” (Gv 18, 36).

La regalità di Cristo è nuova e per nulla somiglia o si può confondere con la regalità del mondo.

La signoria del Figlio di Dio non si manifesta come possesso e dominio degli altri e del mondo o come presunzione di autosufficienza, ma consiste nel dono della vita; non si realizza con l’uso della forza o nell’ingiustizia, ma nell’amore e nel servizio.

Proclamare l’assoluto primato di Dio comporta necessariamente una mortificazione del proprio egoismo e richiede scelte radicali e coraggiose. Il martirio non è un incidente o un’evenienza puntuale, ma piuttosto è uno stile di vita, un’avventura talvolta suggellata anche con il sacrificio della vita. Il martire di Gesù è sempre esposto alla persecuzione e alla violenza, a incominciare dalla battaglia più impegnativa e lacerante della rinuncia di sé.

Curiose e provocatorie a questo proposito le parole di Gesù: “il regno di Dio subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11, 12). È proprio l’itinerario esigente della sequela che conduce inevitabilmente al martirio nel senso autentico del termine. Non qualunque morte sofferta per una buona causa è vero martirio in senso cristiano, perché ciò che rende il sacrificio della vita un martirio è la verità di Dio per la quale il cristiano è esposto alla persecuzione ed è disposto anche a mettere in gioco la propria vita.

Il martire non si oppone con la violenza alla persecuzione, ma risponde con fiducia nella potenza di Dio e con un dono d’amore diventando un segno per i fratelli, anche talvolta per i carnefici, offrendo la propria vita per la salvezza e la conversione degli altri, come ha fatto Gesù, e impreziosendo il dono della vita con lo slancio del perdono. Per questo noi onoriamo e invochiamo i martiri: siamo convinti che la loro intercessione sia particolarmente efficace anche dopo la loro morte.

Anche nella carità cristiana si sviluppa una solidarietà gratuita, che è una sorta di martirio volontario; una tale capacità oblativa risponde al comando dell’apostolo di “prendersi gli uni i pesi degli altri”, e di caricarsi anche dei peccati degli altri in un cammino comune verso la conversione del cuore e la santità della vita.

Il tempo che viviamo, come del resto anche quello molto lontano di San Secondo, è per noi, discepoli di Gesù, carico di sfide e ci richiede una particolare responsabilità nella testimonianza della fede e nell’annuncio della buona notizia.

Abbiamo anche il compito di riconoscere il buon lievito del Vangelo messo da Dio nel cammino della storia dell’umanità e di custodire con passione e tenerezza i germogli di bene nel campo del mondo; nel contempo abbiamo il dovere di proclamare la verità di Cristo e di smascherare alla sua luce gli inganni e le trame della falsa sapienza mondana.

Imploriamo dal Padre, per intercessione di San Secondo, una rinnovata effusione dello Spirito Santo promesso da Gesù e donato come frutto maturo del suo mistero pasquale. È lo Spirito nel quale siamo stati battezzati, che ci riempie della sua gioia, di forza e di coraggio.

+ Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia – San Remo