Sacerdoti

Prima Messa

Una piazza, riscaldata dal sole di luglio e dall’affetto di tante persone, ed una chiesa, la parrocchia di Santo Stefano, adornata di composizioni di girasoli, hanno accolto con commozione ed immenso affetto don Nuccio Garibaldi, che domenica 2 luglio, alle ore 10, ha celebrato la sua prima Messa, dopo aver ricevuto, il giorno precedente, dal vescovo Suetta, l’ordinazione presbiterale nella basilica della Madonna Miracolosa di Taggia.
Non mi è parsa un caso la scelta del girasole per «vestire a festa» la chiesa, certamente per il suo colore intenso e molto decorativo, ma ancor più – penso – per il suo significato simbolico. Così come questa pianta tende a girare la propria corolla verso il sole, allo stesso modo ogni credente, ed in modo particolare colui che è ordinato, desidera tener fisso il suo sguardo al «pianeta che mena dritto altrui per ogni calle», il sole, simbolica immagine del solo Dio alla luce del quale tutti possono alzare il loro sguardo, sentir placare la paura del vivere e camminare dritti nella certezza che un significato per la vita c’è.

In questa suggestiva cornice, don Nuccio, accompagnato dal parroco monsignor Umberto Toffani, alcuni diaconi e preceduto dai rappresentanti dalle confraternite, ha lasciato l’oratorio del Santo Cristo e, sulla piazza antistante, ha incontrato il signor sindaco, Elio Di Placido, ed alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale.

In un’atmosfera composta , solenne e di profondo raccoglimento, ha quindi avuto inizio la prima Eucaristia celebrata da don Nuccio Garibaldi, attorno al quale si sono stretti i familiari, in primo luogo la mamma, i fratelli e i nipoti, poi le suore Maestre di Santa Dorotea, presenti a Santo Stefano ed impegnate nella catechesi parrocchiale fino a pochi anni fa ed infine tanti amici provenienti anche da lontano.
Brevi, ma intense, le parole dell’omelia a commento delle Letture e del Vangelo di Matteo 10, 37–42:« Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me…chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me…». Qui, un Dio che pretende di essere amato più di padre e madre, più di figli e fratelli sembra andare quasi contro le leggi del cuore.

Invece, i fedeli sono stati invitati a riflettere sul fatto che «prendere la propria croce» non significa attendere eventi negativi provenienti dall’esterno, ma considerare che spesso la nostra croce siamo noi stessi, con i nostri limiti, le nostre fragilità, le nostre mancanze.
Al termine della celebrazione, quando la commozione si è dissolta per lasciare spazio solo alla gioia, sacerdoti, religiosi e religiose, parenti ed amici hanno vissuto un momento di convivialità sulla piazza del centro storico del paese.

È stato il momento degli abbracci, delle foto, ma soprattutto della gratitudine per chi, come don Nuccio, accogliendo il dono della consacrazione, compie con coraggio scelte definitive ed offre la propria vita al Signore per servirlo nella Chiesa.

In un mondo in cui i «sì» pronunciati per sempre tendono ad essere considerati un vincolo che mortifica la nostra libertà, ci è stata donata l’opportunità di sperimentare come essi siano invece indispensabili per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza, e per dare consistenza e significato alla stessa libertà: solo chi è disposto a «perdere la propria vita» orientandola sul modello di Gesù la «spende» per una causa grande.

Carla Viero