Scuola

Perché amo la scuola?

Papa Francesco nel discorso ai rappresentanti della scuola del 10 maggio 2014, aveva ricordato con parole semplici l’importanza della figura dell’insegnante: «Perché amo la scuola? Ho l’immagine del mio primo insegnante. Quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. E sono andato spesso a trovarla, fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene!». Il mondo della scuola, spesso criticato, rappresenta, oggi più di ieri, la principale comunità educatrice.
Alla scuola è affidato il compito di trasmettere contenuti e di contribuire allo sviluppo della persona.
In una società spesso caotica e distratta, non sono pochi i casi in cui la funzione educativa ricade totalmente sui docenti, che spesso si sentono impreparati a rispondere ai bisogni che un tempo venivano soddisfatti dalla famiglia.
Gli insegnanti si trovano ad affrontare un universo ricco di sfide e una società così veloce da rendere inefficaci i tentativi di riflessione su una singola problematica, perchè già altre sono all’orizzonte.
Spesso i media attaccano il nuovo modo di comunicare, di giocare e di relazionarsi dei giovani. Questi comportamenti non sono nuovi. Esiste da sempre la difficoltà di ogni generazione ad accettare e comprendere la successiva.
Gli adulti si lamentano della mancanza di identità dei giovani d’oggi, perfetti abitanti di un mondo globalizzato ma poco radicati nel territorio e ancor meno coscienti del cammino che li ha preceduti.
Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano Secondo, oltre cinquant’anni fa, riferendosi ai profeti di sventura dell’epoca, affermava:« Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai. Vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da impara- re dalla storia».
Sarebbe opportuno smettere di essere opinionisti o giudici, per diventare protagonisti di un cambiamento e di un nuovo modo di educare.
Una sfida che dovrebbe coinvolgere tutti i docenti, in primis quelli di religione che dovrebbero essere i più motivati. L’insegnamento della religione è stato sempre pensato come un’occasione di crescita e di maturazione dell’identità e del senso di appartenenza del ragazzo. Pensare di trascurare la dimensione religiosa è un atto ingenuo. Significherebbe privare il soggetto di una dimensione essenziale. Aiutare i ragazzi ad interrogarsi, allenarli alla critica costruttiva è il dovere principale dell’insegnante. I valori del cristianesimo rappresentano un tesoro prezioso da trasmettere. Spesso dimentichiamo che l’amore, la pace, il perdono, la giustizia, l’apertura verso l’altro, l’accoglienza, non sono valori che costruiscono barricate. Anzi, potrebbero abbatterle definitivamente.

Anna Rosaria Gioeni

Sanremo, 7 agosto 2016