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Suor Eligia e le Gallardi

Domenica abbiamo raccontato della Gallardi,  occupata nel dopoguerra da profughi ed emigranti giunti dal sud Italia. Erano saliti fin qui in cerca di fortuna, spinti dalla fame, con la speranza di un futuro migliore, portando appena il necessario oltre a qualche masserizia e pochi oggetti in ricordo del paese natio. Un’umanità sovente senza cultura ma con tanta fiducia nella Provvidenza. Iniziarono a pendolare da frontalieri, valicando il confine alla ricerca di un lavoro. Il fenomeno del frontalierato  ha una lunga storia in questo territorio. Quella tra Nizza e Ventimiglia è sempre stata un’area transfrontaliera  e dopo il conflitto mondiale lo sviluppo francese ha notevolmente incrementato la mobilità dall’Italia alla Francia attirando nella Liguria occidentale molti meridionali, in particolare calabresi: il loro arrivo è stato particolarmente copioso nel quinquennio 1956-1961. In quell’epoca i frontalieri, come tutti gli immigrati meridionali, erano percepiti in Liguria come una sorta di gruppo estraneo, generando un’inevitabile emarginazione.

L’ex caserma Gallardi con i suoi muri umidi e scrostati imbevuti di sudore e tinti di povertà divenne così un vero e proprio ghetto nell’immediata periferia ventimigliese, simbolo doloroso di esclusione sociale. Accadeva allora in quel luogo come accade oggi nei confronti di altre umanità considerate colpevolmente scarto: gli inevitabili  «corsi e ricorsi storici» di vichiana memoria.  La vera svolta per quella variegata disagiata comunità disagiata, stipata nelle vecchie camerate militari, senza idonei servizi igienici, arriverà nel 1975, con l’arrivo di una suora: Eligia Guglielmi, Figlia di Maria Ausiliatrice, ventimigliese di nascita, missionaria nella sua terra. Animata dall’ansia apostolica e dallo spirito di servizio, suor Eligia con sorprendente intelligenza capì che quel contesto di povertà materiale e spirituale fatto di tanta gente diversa ammassata in alloggi di fortuna, quei  diseredati, quei poveri, avevano bisogno di incontrare Cristo. Quelle erano persone, ricche di umanità e nobilitate dalla dignità che gli proveniva dall’essere figli di Dio. Bisognava togliere dalle loro vite il marchio del pregiudizio che derivava già dal solo risiedere alla Gallardi. 

 L’inclusione sociale dei poveri era un concetto di là da venire, enunciato quarant’anni dopo papa Francesco nella Evangelii Gaudium, prima esortazione apostolica del suo pontificato: “Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società” (186).

Fabrizio Gatta

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